Azzardo morale, veleno d'Europa
Il rischio morale è un concetto nato nelle mutue.
A forza di parlare di governo tecnico, e di un premier che
non ha ambizioni politiche, e di ministri che mettono al servizio dell'Italia
le proprie conoscenze scientifiche per tornare presto agli studi o alle
attività di ieri, ci stiamo abituando a tenere la mente in naftalina, come se
il nostro pensare fosse il giunco che astutamente si piega, in attesa di
rialzarsi tale e quale appena passata la piena.
Il proverbio del giunco è famoso nel vocabolario della mafia: sembra impregnare
anche i partiti e le corporazioni, alle prese con la crisi e il
dopo-berlusconismo. Quel che sta tentando il governo non sarebbe politica
autentica, nella casa italiana ed europea che abitiamo. Finito l'intervento
degli idraulici, rincaseranno i ben più legittimi architetti, decoratori,
proprietari.
Questa è la trappola, anche linguistica, che incatena le menti. In realtà, lo
sforzo di sanare l'Italia e per questa via l'Europa è politica nel senso pieno
e alto, e non solo perché l'esecutivo dipende dal Parlamento. Quel che fa può
essere condiviso o no, ma politica resta. Se non è vista come tale, è perché ci
siamo disabituati a immaginare altre maniere di farla, e spiegarla. A distinguere
fra ambizione e carriera politica. A ridefinire il compito dei partiti nella
res publica.
Pensare non solo alle incombenti scadenze elettorali ma ai prossimi dieci,
vent'anni; armonizzare le scelte italiane con quelle europee; battersi infine perché
l'Unione si trasformi in una comunità più
stretta, solidale: dire che tutto questo non è politica ma
tecnica equivale a confessare una radicale impreparazione al mondo mutante che
abbiamo davanti. Se tutto sta a esser preparati, ecco, non lo siamo: è a
costumi obsoleti che stiamo appesi, api ronzanti che vedono un punto e non il
tutto. Persistiamo in questa postura anche se la vecchia politica
manifestamente è fallita: non solo economicamente ma civilmente, moralmente.
Così come stanno le cose, è probabilmente opportuno che i leader dei partiti
non partecipino al governo chiamato a raddrizzare le storture. Lenti a
rinnovarsi - Monti l'ha confessato - sarebbero un
"motivo d'imbarazzo". Ma se li vediamo da vicino, simili giudizi sono
umilianti: certificano che i partiti sono incapaci di politica alta, di
misurare e dire all'elettore le prove che ci toccano. Di vedere nella politica
non una carriera ma una chiamata, appunto, cui si risponde con l'Eccomi del
servizio. Gustavo Zagrebelsky ha scritto su Repubblica, il 12 dicembre, che i
partiti hanno alzato bandiera bianca, dicendo a se stessi e ancor più ai
cittadini: Dobbiamo esserci, ma vorremmo non esserci. Votiamo a favore ma ci
riserviamo di dire, se serve: "Non è questo che volevamo".
Certo è possibile la strategia delle doppiezze. Può esser perfino remunerativa.
Se per quasi vent'anni gli italiani hanno votato con cocciutaggine un venditore
d'illusioni, proprio questo desideravano: una non-politica, un farsi giunco
nella speranza che il fuoco bruci tutti tranne noi, un fantasticare che il
divenire non divenga (disincarnata, la fantasia diventa, secondo Hobbes, Regno
dell'Oscuro). Ma è una strategia perdente. Di qui l'urgenza di qualcosa che
somigli a una rivoluzione mentale. Rivoluzione è sostituire un regime bacato
con uno nuovo: per noi vuol dire non svilire i partiti ma riscoprirli,
interpreti e pedagoghi della società. Vuol dire aggiustare l'Italia pensandola
come Alce Nero pensava il pianeta terra: "Non l'ereditiamo dai nostri
padri, ma l'abbiamo in prestito dai nostri figli". La rivoluzione è
questa. L'Eccomi è quest'idea di temporanea custodia di un bene che oltrepassa
una generazione.
È una rivoluzione insieme italiana ed europea, ed è significativo che in
ambedue gli spazi la questione morale sia al centro. Nella nazione, spetta ai
partiti tornare a essere quei mediatori descritti nell'articolo 49 della
Costituzione: non gruppi d'interessi in complice difesa di una classe, una
cerchia, ma libere associazioni di cittadini che concorrono "con metodo
democratico a determinare la politica nazionale", dedite al bene comune e
non ai propri affari. La questione morale consiste nell'evitare che la Cosa pubblica sia confiscata
dall'anti-Stato: evasione fiscale, malavita, esattori del pizzo che usurpano
l'esattore statale.
Ma esiste una questione morale anche in Europa, e perfino nelle vicende
tecniche dei debiti sovrani, delle bancarotte statali, dei salvataggi europei.
Non a caso c'è una parola che riaffiora cronicamente, ogni volta che Banche
centrali o organi europei discutono le misure contro i default. Se l'Unione
fatica a farsi Stato che protegge tutti i cittadini dalla paura e dagli
infortuni, se Germania e Bce tergiversano, è a causa di un rischio specifico,
che si chiama moral hazard.
Il rischio morale è un concetto nato nelle mutue. Mettiamo l'assicurazione
contro gli incendi: se come assicurato mi sento sicuro a tal punto da non fare
più attenzione ai fornelli accesi o ai fiammiferi, se la responsabilità
personale cede il passo allo sfruttamento della buona fede altrui, c'è azzardo
morale. Certo condivido il rischio pagando la polizza, ma la sicurezza che sarò
comunque risarcito può incitare alla lassitudine. Lo stesso può succedere nei
rapporti fra Stati europei.
Il dilemma dell'azzardo morale è l'assillo che avvelena l'Europa, tramutandola
in un intrico di passioni distruttive: diffidenza verso i partner, paura che
gli aiuti saranno sperperati, tracollo della fiducia da cui nacque l'avventura
comunitaria. Anche un'essenziale conquista postbellica, il welfare europeo, può
svanire a causa dell'azzardo morale. L'Unione e il welfare sono qualcosa di più
di una compagnia assicurativa: non tutti i sinistri (diseguaglianze,
precariato, la stessa flessibilità che secondo Draghi "crea incertezza")
incentivano la lassitudine.
Resta che il moral hazard aiuta a capire la centralità dell'informazione, della
verità nei contratti. Sempre, infatti, esso insorge da un'informazione
asimmetrica: l'assicuratore possiede meno informazioni dell'assicurato, sulle
circostanze scatenanti l'infortunio.
Affrontare le due questioni morali (la rivoluzione dell'onestà e della legalità
in Italia, della fiducia e dell'unione politica in Europa) significa fare
politica in modo diverso, prevenendo in tempo utile sciagure e ingiustizie con
una più leale informazione reciproca. Dicendo ai popoli la verità sulle
mutazioni mondiali. Imparando - partiti, sindacati, governi
- ad agire nel duplice spazio nazionale ed europeo.
La dimensione nazionale della morale pubblica si è andata affievolendo, nella
prima e seconda repubblica. Ma anche la dimensione europea è precipitata, per
colpa di classi dirigenti incapaci (accade spesso) di pensare due cose al tempo
stesso. Perché è urgente la seconda dimensione? Perché nella crisi odierna,
agli stati dell'Unione tocca innanzitutto ridurre le spese, disciplinare i
conti. Perché le liberalizzazioni son lente a fruttare. Perché l'equità è
ostacolata a tanti livelli: lobby, sindacati, partiti, burocrazie statali.
Inoltre non promette automatico sviluppo. La crescita, solo l'Europa potrebbe
avviarla: con piani unificati di ricerca, di investimenti in energie
alternative, in trasporti, in conoscenze, infinitamente meno costosi se fatti
in comune.
È la risposta al moral hazard, alle paure, al clima di sospetto che regnano
negli stati più forti e nella Bce. Ma per questo bisogna dare più soldi al
bilancio europeo, più poteri alla Commissione, al Parlamento europeo. E bisogna
che i cittadini possano contribuire a tale politica, attraverso i partiti,
eleggendo direttamente i presidenti della Commissione, deliberando assieme gli
investimenti europei e il loro finanziamento. Vale la pena questa rivoluzione,
perché è lì che riapprenderemo e la politica, e la democrazia, e la sovranità
che nazionalmente abbiamo smarrito.
http://www.repubblica.it (21 dicembre 2011)

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