Autostrada ai tornanti
Ma che cosa trasforma, improvvisamente, una comoda autostrada in un terreno accidentato?
Immaginate una macchina che viaggia comoda su un’autostrada. Lineare, senza incertezze, veloce. A un certo punto la strada diventa a tornanti, a saliscendi, con buche frequenti. La macchina sull’autostrada è l’economia dei paesi avanzati durante gli anni della Great Moderation (1995-2008 circa). Quella sui tornanti impervi è l’economia dalla crisi finanziaria a oggi.
QUAL'È LA CAUSA?
La teoria (macro) economica ha tutto ben chiaro sui fattori
che guidano la macchina lungo l’autostrada. Soprattutto su quale politica
monetaria tiene l’auto lungo un sentiero stabile, con inflazione bassa e
crescita accettabile. Finché l’auto rimane su quella traiettoria, checché se ne
dica, i modelli macro esistenti, i famigerati Dsge, funzionano bene, sono uno
strumento quantitativo avanzato per formulare politiche monetarie o fiscali che
assicurano che l’auto continui la sua traiettoria in sicurezza. (1)
Ma che cosa trasforma, improvvisamente, una comoda autostrada in un terreno
accidentato? (2) E soprattutto: una volta che su quel tracciato ci
siamo, abbiamo mappe utili per anticipare le curve più pericolose? La
macroeconomia e la politica economica di oggi si arrovellano proprio su
queste domande.
Il problema va scomposto logicamente in due parti. Primo: che cosa sbalza
l’auto fuori dall’autostrada? Secondo: una volta che ci troviamo a guidare
sui tornanti, abbiamo una carta geografica che ci possa aiutare?
Il primo punto è quello che rimane misterioso. Una cosa che certamente abbiamo
imparato è che i cambi di tracciato cominciano spesso con cadute precipitose
dei prezzi degli asset (immobiliari o azionari). Il Giappone nei primi
anni Novanta, ma anche gli Stati Uniti di oggi, sono esempi lampanti. Il
mistero vero è però in ciò che precede (e quindi causa) le brusche correzioni
nei prezzi degli asset. È solo uno “shock”, qualcosa di inatteso
(“esogeno”) che provoca le correzioni? Oppure c’è qualcosa di sotterraneo che
cova al di sotto di quella tranquilla autostrada proprio quando l’auto sembra
viaggiare col pilota automatico? Ad esempio, una crescita eccessiva del credito
(di cui, per definizione, ci accorgiamo solo quando trabocca in superficie),
politiche monetarie troppo orientate alla stabilità dell’inflazione, oppure un
sistema finanziario che incentiva a generare troppa leva concentrata nel
sistema bancario. Ancora non lo sappiamo.
E la crisi sembra aver poi impartito una lezione chiara: non esiste una
politica monetaria per i tempi tranquilli separata da una per i tempi di crisi.
Le decisioni della politica monetaria prese lungo l’autostrada devono
tenere conto del fatto che alzare o abbassare i tassi oggi (o annunciare
oggi un certo sentiero dei tassi per il futuro) incide sulla probabilità di
essere sbalzati fuori dall’autostrada domani. La probabilità di
ritrovarsi sul terreno accidentato in futuro deve esplicitamente influenzare
le decisioni sui colpi di acceleratore da dare oggi, quando navighiamo
rilassati da casello a casello.
INCERTEZZA E AVVERSIONE AL RISCHIO
Secondo aspetto: perché sui tornanti la macchina perde
improvvisamente energia e spesso non risponde ai comandi, oppure lo fa in modo
scomposto?
Ci sono ancora molte cose che ignoriamo. Ma il dato che appare lampante è che
in queste fasi l’auto quasi si arresta perché paralizzata da due
fattori: (i) maggiore incertezza (la quantità di rischio), (ii) maggiore
avversione al rischio (la sensibilità al rischio per ogni suo dato livello). Le
imprese non assumono e non investono, le famiglie risparmiano e quindi non
consumano, le banche dubitano delle controparti e preferiscono cercare luoghi
sicuri dove parcheggiare le loro risorse.
È la maggiore incertezza e avversione al rischio che causa un rallentamento
dell’economia, oppure è quest’ultimo che rende gli agenti economici più incerti
e avversi al rischio? È un chiaro circolo vizioso. All’inizio ci troviamo improvvisamente
sbalzati da una comoda autostrada a un terreno di guida impervio. (3)
Meccanicamente, l’incertezza aumenta, quindi si rallenta. Ma rallentare fa sì
che si prolunghi la permanenza nel terreno accidentato. Questo alimenta ancora
di più l’incertezza e la nostra avversione a trovarci sballottati sui
saliscendi. Da un lato si rallenta ancora di più, dall’altro ogni nuova curva a
gomito diventa ancora più indigesta.
Credo sia quanto sta accadendo dal 2008 nelle economie avanzate: un circolo
vizioso tra incertezza e avversione al rischio da un lato e stato
dell’economia dall’altro. Analiticamente, è solo un punto di partenza. Ma è
questo, secondo me, ciò che manca ai modelli macro moderni: una teoria
rigorosa che spieghi che cosa succede quando la macchina esce
dall’autostrada, perché tende a rallentare e a rimanere sui saliscendi molto di
più di quello che le condizioni economiche oggettivamente implicherebbero.
Ne seguono due importanti implicazioni. Primo, in tempi tranquilli, così come
in tempi di crisi, non possiamo trattare l’incertezza e l’avversione al rischio
come dati costanti. Quando si guida rilassati in autostrada, si aumenta
la velocità e la nostra propensione ad assumere rischi aumenta. Che cosa ha
prodotto il sofisticato sistema di securitization negli Usa se non una
drastica diminuzione della avversione al rischio delle banche tra il 2000 e il
2008? E di questo, quanto è responsabile la regolamentazione finanziaria?
E quanto invece il fatto stesso che l’economia cresceva, il mercato immobiliare
cresceva e quindi la propensione al rischio diminuiva alimentando
a sua volta la crescita economica?
Secondo, se il volano principale della paralisi dell’economia è il circolo
vizioso descritto, la politica economica deve fare di tutto per evitare che si autoalimenti.
Possiamo argomentare per ore su diverse misure da prendere (aumentare l’Iva,
ridurre le pensioni, eccetera), ma il problema di primo ordine è quello.
Purtroppo, invece, la situazione sta degenerando. La Bce balbetta e fornisce
un’immagine lacerata. In più, ci sono tutti i segnali di un mercato
interbancario in Europa che sta andando in sofferenza. La maggiore avversione
al rischio delle banche europee le sta spingendo non solo a vendere Btp
e a comprare bund ma, soprattutto, a depositare fondi in misura crescente
presso le banche americane. Ci sono tutti prodromi di una fuga
dall’euro.
(1) Dsge è l’acronimo di Dynamic Stochastic
General Equilibrium. Denota una metodologia e una classe di modelli molto
diffusi nella ricerca macroeconomica recente e tra gli operatori e ricercatori
delle banche centrali.
(2) Il mutamento di tracciato è ciò che tecnicamente si definisce una
“non-linearità”.
(3) Si ricordi che il verdetto non è ancora chiaro su che cosa causi il
cambio di terreno di guida.
http://www.lavoce.info 15.09.2011

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