Attenti, l'intelligenza artificiale diventerà come quella naturale
Le macchine penseranno quando saranno consapevoli di avere un tempo determinato
Quando ero piccolo, al Franklin Institute di Filadelfia c´era una macchina che
giocava a filetto e non perdeva mai. Indipendentemente da dove mettevi la tua
X, il suo O era sempre quello giusto. Riusciva a vincere sempre o ti
costringeva a un pareggio, anche se avevi il vantaggio di iniziare per primo e
occupavi la casella centrale. Quella macchina appariva estremamente
intelligente a un bimbetto di otto anni, ma mia madre – grande ragionatrice,
linguista, esperta già allora del linguaggio di programmazione Fortran – in una
delle nostre frequenti visite a quel museo mi spiegò che l´intelligenza era
soltanto l´ultima delle qualità di quella macchina.
In sostanza, infatti, sapeva fare un´unica cosa: quel gioco fondamentalmente
banale – e lo sapeva giocare bene soltanto perché era stata programmata per
seguire un network automatizzato di interruttori on/off. Non pensava, quindi.
Teneva soltanto traccia di quello che accadeva.
Le nuove macchine e i nuovi programmi sono davvero più intelligenti? Gli
scettici fanno notare che ciò che essi sanno fare non è in verità ciò che noi
definiamo "intelligente". Racchiudono un ampio assortimento di
esempi, una grande casistica, ma la loro capacità logica non è granché diversa
da quella della macchina che giocava a filetto nel museo di scienze. Hanno
potenti memorie e una straordinaria capacità di analizzarla rapidamente per
trovare ciò che serve in una data circostanza, ma tutto ciò non dimostra che
sappiano pensare, programmare, trovare strategie, sorprendere o escogitare un
piano così folle da funzionare alla perfezione. Anche se su piani diversi, in
sostanza si limitano tuttora ad abbinare uno scenario familiare "A" a
una soluzione predeterminata "A". Riconoscono una mossa o una
situazione particolare sulla scacchiera e riescono a trovare nella loro memoria
la mossa da compiere che il più delle volte porta alla vittoria quando giocano
contro esseri umani, ma questa – brontolano gli scettici – è semplicemente
idiozia ben indicizzata, non autentica intelligenza.
Ho sempre pensato che il test di Turing (quello che serve per misurare se una
macchina è in grado di pensare, ndr) fosse una pura astrazione, un problema da
filosofi, e invece ha portato alla nascita di veri e propri tornei – come se il
paradosso di Zenone avesse portato ad autentiche corse tra tartarughe e
guerrieri greci. I dettagli dei test di Turing e dei tornei sono l´argomento
trattato dal meraviglioso libro di Brian Christian, poeta e appassionato di
computer, che si intitola The Most Human Human (Doubleday, $ 27,95), uno dei rari
eredi letterari di successo di Gödel, Escher, Bach, nel quale arte e scienza si
ritrovano in una mente impegnata e il loro incontro produce vere scintille.
Christian avanza un´idea più sottile e poetica quando afferma che il linguaggio
umano non è soltanto scambio di assiomi, o finanche di abbreviazioni codificate
a livello emotivo, bensì un´attività effettuata al limite tra la "perdita
di qualità" di una comunicazione compressa e la versatilità con la quale
noi la comprimiamo; tra la nostra consapevolezza che da qualsiasi cosa diciamo
dobbiamo necessariamente escludere moltissime informazioni per motivi di
economia e la nostra capacità di rendere tale economia eloquente e informativa
in ogni caso. Il linguaggio dei bimbi piccoli, per esempio, è un esempio
perfetto di compressione ben bilanciata con la concisione. Ciò che all´estraneo
suona limitato e ripetitivo, per l´ascoltatore informato è pieno di sfumature
come Henry James.
E tuttavia l´intelligenza umana ha un altro punto a suo vantaggio: il senso di
impellenza che conferisce all´intelligenza umana una sua forza tutta
particolare. Forse la nostra intelligenza finisce soltanto con la nostra
mortalità: in gran misura è la nostra mortalità. Immaginiamo per un momento di
impartire a una serie di computer interconnessi e in grado di correggersi,
programmati per raggiungere un obiettivo volutamente indeterminato e a lungo
termine, la seguente disposizione: «Effettuate quanti più calcoli significativi
riuscite, e cercate di farne più di qualsiasi altro computer del laboratorio»,
lasciando di proposito multivalente e vago il concetto di
"significativi". Immaginiamo poi che ciascuno di questi computer
abbia un candelotto di esplosivo collegato al suo microprocessore (Cpu, unità
centrale di elaborazione), con un fusibile ad azione ritardata e un´instabilità
da settantenne, e che ciascuno di essi lo sappia. Aggiungiamo che l´acido
corrosivo che fa detonare il fusibile rallenta ogni singola funzione del
computer, così che verosimilmente faccia calcoli più significativi
interfacciandosi a un altro computer prima che le sue connessioni si usurino. I
computer, pertanto, in qualsiasi momento dovrebbero prendere decisioni
terribilmente difficili e valutare se valga la pena investire in un determinato
calcolo, tenuto conto del più generico incarico a tempo limitato di effettuare
calcoli veramente significativi. Essi pertanto dovrebbero, per esempio,
valutare gli svantaggi e i vantaggi legati al fatto di scambiare informazioni
subito a fronte della consapevolezza della loro distruzione incombente e delle
esigenze di tutti gli altri incarichi che è necessario che svolgano. Alcuni si
tirerebbero indietro e non farebbero altro che effettuare calcoli per conto
proprio; alcuni allaccerebbero connessioni in modo frenetico; altri ancora si
chiederebbero se sia valsa la pena cercare di vincere un programma televisivo a
quiz giacché scopo principale era vincere la gara dei "calcoli più
significativi". I computer effettuerebbero calcoli sul giusto rapporto tra
il tempo necessario e il significato raggiunto e li distribuirebbero in tutto
il network creato. Tenendo conto delle pressioni dovute ai limiti temporali, i
calcoli probabilmente sarebbero brevi – diciamo di dieci o undici linee al
massimo – e il più significativo con ogni probabilità sarebbe condiviso con
tutte le altre macchine. (Potrebbero addirittura essere resi più facilmente
memorabili grazie a ritmi e configurazioni melodiche). Alcune macchine
indubbiamente inizierebbero a produrre sottoprogrammi che meditino più
astrattamente sulle difficoltà di essere una macchina intelligente con
un´imminente rischio di esplosione. («Alle mie spalle sento avvicinarsi sempre
più un programma incombente», «Radunate tutte le vostre funzioni, finché
potete!»). Nel giro di una generazione, ironia, poesia, ambiguità, estasi
diverranno parti integranti della produzione e della percezione dei computer.
Saranno intelligenti e ottusi, proprio come noi siamo intelligenti e ottusi.
Traduzione di Anna Bissanti.
Repubblica 11.6.11

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