Aspiranti suicidi. Quelli che flirtano con la morte
La morte si presenta allora paradossalmente come una risorsa: una scorciatoia per rinunciare in partenza alla gara e anche un colpo magistrale per diventare famosi.
Radicale, lugubre, profondo, inconfessabile: Gustavo Pietropolli Charmet usa questi aggettivi per descrivere il dolore di un ragazzo che decide di togliersi la vita. Un dolore più diffuso di quanto s´immagini, se è vero che il sessanta per cento degli adolescenti "flirta" con l´idea della morte. Quasi sempre sono solo pensieri neri, ma possono diventare ossessivi e trasformarsi in "fantasie suicidarie", secondo la definizione tecnica: si coltivano a lungo e nel segreto più assoluto, si basano su sentimenti poco dicibili come la vergogna dovuta a un´inadeguatezza (reale o immaginaria) o anche la vendetta per qualche forma di risentimento che non lascia tregua.
Gustavo Charmet è uno studioso brillante, un clinico da sempre in trincea. Settant´anni, psichiatra di formazione freudiana, ha insegnato per una vita alla "Bicocca" ed è ancora attivissimo a Milano con i suoi giovanissimi pazienti, quelli che con disarmante semplicità definisce tristi, più rassegnati che nichilisti, spesso enigmatici se non indecifrabili per il mondo adulto. È lui il cantore della generazione senz´altro più mutante rispetto al passato, anche quello recentissimo: I nuovi adolescenti s´intitola il suo volume più importante uscito qualche anno fa da Cortina, e ora è lo stesso editore a pubblicare Uccidersi - sottotitolo "Il tentativo di suicidio in adolescenza" (pagg. 336, euro 24).
È un libro collettaneo che Charmet firma con un terapeuta di formazione filosofica, Antonio Piotti, tracciando il ritratto sorprendente di questi ragazzi a tratti anche spavaldi, in realtà spesso fragilissimi. È una raccolta di saggi che non nascono nel segno dell´astrattezza teorica, ma piuttosto dall´esperienza clinica in un Crisis Center milanese: è durata sette anni, ha interessato circa ottocento adolescenti reduci da un tentato suicidio e comunque attratti dal desiderio di distruggersi.
Il Centro ha una storia di per sé drammatica. Si chiama "L´amico Charly" e la denominazione sembra piuttosto leggera, ma Charly aveva appena sedici anni quando si è ucciso con un colpo di pistola. È stato poi suo padre a volere la nascita dell´associazione, per aiutare altri ragazzi in bilico tra la vita e la morte e per sostenere i loro genitori a volte del tutto ignari, spesso disperati, quasi sempre soli.
Il responsabile scientifico del Centro è stato Charmet, alla guida di un´équipe capace di contenere sentimenti del tutto legittimi come l´ansia o anche la paura. «Nessuno dei nostri giovani pazienti è mai morto», è lui a dirlo con sollievo e una punta d´orgoglio. E in effetti il risultato è straordinario: «Ci siamo ritrovati alle prese con ragazzi che tramavano in continuazione qualcosa di terribile come buttarsi dalla finestra, anche del nostro studio. O tornare a casa per annodarsi una corda al collo... Ci mettevano anche nelle condizioni di prevederlo e quindi nell´obbligo di indovinare come impedirlo, senza nessuna ricetta magica a portata di mano».
Ma come sono questi aspiranti suicidi? A leggere le pagine del libro: abbastanza "normali", quasi tutti, almeno all´apparenza. Non sembrano particolarmente sofferenti, depressi, sconfitti, solitari. Nella grande maggioranza dei casi non presentano sintomi. Il tentativo di considerarli malati, d´infilarli in una casella diagnostica della psichiatria, è destinato a fallire e comunque non spiega nulla della particolare relazione che questi giovanissimi coltivano con la morte.
Charmet: «Sono autorizzati a non dare nell´occhio perché sono dei clandestini all´interno della famiglia, della scuola, della coppia. I ragazzi che aspirano a togliersi la vita si consolano delle frustrazioni e tollerano molto bene le regole perché hanno già preso le loro decisioni. Se poi il progetto non viene attuato, non dipende dal mondo esterno, ma piuttosto dall´evoluzione di alcune complicatissime vicende interiori che chiamano in causa il processo di soggettivazione e il passaggio dalle forme estreme di immaturità narcisistica a modalità più mature».
Narcisismo è la parola chiave per capire quello che c´è dentro la testa di questi ragazzi privi di progetti vitali, orfani non tanto dell´infanzia quanto del futuro, un tempo che non promette niente di buono e in cui si annida la loro mancanza di speranza, quella sensazione allarmante che l´ex bambino prodigio tanto venerato non potrà trasformarsi in un ragazzo miracoloso destinato a essere un vincente. È la cultura ossessiva della celebrità ad avere un impatto devastante sul funzionamento mentale dei più giovani, a diventarne padrona incontrastata e pericolosissima.
"Campo edipico e campo narcisistico" s´intitola non a caso il primo capitolo firmato da Charmet e Piotti. Racconta i giovani di una volta, definiti appunto "edipici", provati dalla colpa, la rinuncia, il castigo. E quelli di oggi, sregolati, immersi in un sistema mediale che ha amplificato a dismisura l´obbligo alla fama e all´esibizione del godimento. «La società del narcisismo - dice ancora Charmet - indubbiamente favorisce la rincorsa spesso affannosa e rischiosa dei ragazzi verso la conquista a tutti i costi di livelli sempre più magici ed elevati di visibilità sociale».
Se il successo è l´unico valore di riferimento, non sentirsi all´altezza di un imperativo categorico così perentorio - per quanto mascherato in forme anche seduttive - diventa uno degli ingredienti del sentimento di vergogna sociale che attanaglia i ragazzi. La morte si presenta allora paradossalmente come una risorsa: una scorciatoia per rinunciare in partenza alla gara e anche un colpo magistrale per diventare famosi.
http://www.repubblica.it - 5.3.09

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