Antologia dei poco di buono
Uno scritto di Michel Foucault, inedito per l'Italia, raccoglie i ritratti e le suppliche di carcerati e internati in un manicomio tra Sei e Settecento. Alla minima stravaganza registrati come abominevoli.
Questo non è un libro di storia. L'unico criterio che ho
seguito e che ha orientato la scelta è stato il mio gusto, il mio piacere,
un'emozione, il riso, la sorpresa, un certo sgomento o qualche altro sentimento
di cui mi sarebbe forse difficile giustificare l'intensità, ora che è passato
il momento della prima scoperta.
E un'antologia di esistenze...
Credo proprio che l'idea mi sia venuta un giorno in cui leggevo alla
Bibliothèque Nationale un registro d'internamento redatto nei primi anni del
Settecento, e in particolare dalla lettura delle due note che riporto.
Mathurin Milan, messo nell'ospedale di Charenton il 31 agosto 1707: «La sua
pazzia è sempre stata di nascondersi alla famiglia, di condurre in campagna una
vita oscura, di subire dei processi, di concedere dei prestiti a usura e a
fondo perduto, di portare a spasso il suo povero spirito per strade
sconosciute, e di credersi capace delle imprese più grandi».
Jean Antoine Touzard, rinchiuso nel castello di Bicêtre il 21 aprile 1701:
«Francescano apostata, sedizioso, capace dei peggiori crimini, sodomita, ateo,
se lo si può essere; è un vero mostro d'abominio che sarebbe più conveniente
soffocare che lasciar libero».
Sarei in imbarazzo a dire quel che ho provato esattamente quando ho letto
questi frammenti e molti altri analoghi: forse una di quelle impressioni di cui
si dice che sono «fisiche», come se potessero essercene altre. Confesso che
questi «racconti» che riemergevano all'improvviso, dopo aver attraversato due
secoli e mezzo di silenzio, hanno scosso in me più fibre di quante ne solleciti
quella che normalmente chiamiamo letteratura, senza che io possa ancora oggi
dire se mi ha commosso maggiormente la bellezza dello stile classico,
drappeggiato in poche frasi attorno a personaggi miserabili, o invece gli
eccessi, la mescolanza di oscura ostinazione e di scelleratezza di queste vite,
di cui si percepisce, sotto parole lisce come pietra, la disfatta e
l'accanimento...
Rispetto a una grande raccolta dell'infamia, che ne riunisse le tracce rinvenendole
un po' dovunque e in tutte le epoche, mi rendo conto benissimo che la scelta
operata è meschina, ristretta, un po' monotona. Si tratta di documenti che
appartengono tutti più o meno allo stesso centinaio d'anni, 1660-1760, e che
provengono dalla stessa fonte: gli archivi degli internamenti, della polizia,
delle suppliche al re e delle lettres de cachet. Supponiamo che si
tratti di un primo volume e che La vita degli uomini infami possa
estendersi ad altre epoche e ad altri luoghi.
Questi testi del Sei-Settecento (soprattutto se li si confronta con quella che
sarà in seguito la piattezza dei documenti amministrativi e polizieschi) hanno
una loro forza, rivelano nelle pieghe di una frase uno splendore, una violenza
che smentisce, almeno ai nostri occhi, la piccolezza del singolo caso o la
meschinità sordida delle intenzioni. Le vite più miserabili vi sono descritte
con le imprecazioni o l'enfasi che sembrano convenire a quelle più tragiche.
Effetto comico certamente; c'è qualcosa di derisorio nel convocare tutto il
potere delle parole e, attraverso di esse, la sovranità del cielo e della terra
su disordini insignificanti o sventure così comuni: «Oppresso sotto il peso di
un dolore insopportabile, Duchesne, commesso, osa con umile e rispettosa
fiducia gettarsi ai piedi di Vostra Maestà per implorare la sua giustizia
contro la più malvagia delle donne... Quale speranza può mai concepire lo
sventurato, che ridotto allo stremo, fa ricorso oggi a Vostra Maestà, dopo aver
esaurito tutte le vie, dalla mitezza alle rimostranze, alle blandizie, per
ricondurre al proprio dovere una donna priva di ogni sentimento, di religione,
d'onore e d'onestà, e perfino d'umanità? Tale è, Sire, lo stato dell'infelice
che osa far risuonare la sua voce supplichevole all'orecchio di Vostra Maestà».
O ancora di una madre abbandonata che invoca l'arresto del marito in nome dei
quattro figli «che non hanno nulla da attendersi dal proprio padre se non un
esempio terribile degli effetti del disordine. La vostra giustizia, Monsignore,
risparmierà a loro un così disonorevole insegnamento, e a me e alla mia
famiglia l'obbrobrio e l'infamia, e metterà un cattivo cittadino in condizione
di non poter più recare alcun torto alla società alla quale egli può soltanto
nuocere».
Si potrà forse ridere, ma una cosa non bisogna dimenticare: a questa retorica
che è magniloquente solo per la piccolezza delle cose cui si applica, il potere
risponde in termini che non paiono affatto più misurati; con una differenza
tuttavia, che nelle sue parole balena il lampo delle decisioni; e la loro
solennità può essere autorizzata, se non dall'importanza di quel che puniscono,
per lo meno dal rigore del castigo che somministrano. Se si imprigiona una
certa indovina, è perché «pochi sono i crimini che non ha commesso e di cui non
sia capace. Cosicché è altrettanto giusto che caritatevole sbarazzare senza
indugio la gente dalla presenza di una donna tanto pericolosa, che la inganna,
deruba e scandalizza impunemente da tanti anni». Oppure, a proposito di un
giovane scapestrato, figlio malvagio e dissoluto: «È un mostro di libertinaggio
e d'empietà... rotto a tutti i vizi: farabutto, indisciplinato, impetuoso,
violento, capace d'attentare deliberatamente alla vita del proprio padre...
sempre in combutta con prostitute di infimo ordine. Quando gli si contestano le
sue malefatte e sregolatezze non ha la benché minima reazione; risponde sempre
con un sorriso da scellerato che mostra quanto egli sia incallito e fa capire
come sia incurabile».
Alla minima stravaganza si è già nell'abominevole, o almeno nel discorso
dell'invettiva e dell'esecrazione. Donne scostumate e figli ribelli che non
impallidirebbero accanto a Nerone o a Rodoguna. Il discorso del potere nell'età
classica, così come il discorso che a esso si rivolge, genera mostri. Perché
questo teatro così enfatico del quotidiano? Il cristianesimo aveva in gran
parte organizzato attorno alla confessione la sua conquista del potere sulla
vita ordinaria: un obbligo di far passare regolarmente al vaglio del linguaggio
il mondo minuscolo di tutti i giorni, le colpe banali, gli errori più
impercettibili e persino il gioco oscuro dei pensieri, delle intenzioni e dei
desideri; un rituale di confessione in cui colui che parla è al tempo stesso
colui di cui si parla; una cancellazione della cosa detta mediante la sua
stessa enunciazione, ma anche accrescimento della confessione stessa, che deve
restare segreta, non lasciare dietro di sé altra traccia che il pentimento e le
opere di penitenza. L'Occidente cristiano ha inventato questa stupefacente
costrizione, che ha imposto a chiunque di dire tutto per cancellare tutto, di
formulare finanche la più piccola mancanza in un mormorio ininterrotto,
accanito, esaustivo, cui nulla doveva sfuggire, ma che non doveva sopravvivere
a se stesso neppure un istante...
Ma a partire da un momento che si può situare alla fine del Seicento, questo
meccanismo è stato inquadrato e superato da un altro, il cui funzionamento era
molto diverso. Disposizione amministrativa, non più religiosa; meccanismo di
registrazione, non più di perdono. L'obiettivo era tuttavia lo stesso. Almeno
in parte: messa in discorso del quotidiano, ricognizione dell'universo infimo
delle irregolarità e dei disordini senza importanza. Ma la confessione non vi
svolge più il ruolo eminente che il cristianesimo le aveva riservato. Per tale
incasellamento si utilizzano, sistematicamente, procedimenti antichi, ma fino
ad allora localizzati: la denuncia, la querela, l'inchiesta, il rapporto di
polizia, la delazione, l'interrogatorio... La voce unica, istantanea e senza
traccia della confessione penitenziale, che cancellava il male cancellandosi
essa stessa, è sostituita ormai da una molteplicità di voci, che si depositano
in un'enorme massa documentaria e costituiscono così una sorta di memoria, crescente
e incessante, di tutti i mali del mondo.
Brano tratto da La vita degli uomini infami, edito da il Mulino
il sole 24 ore - 1/11/2009

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