Anni di piombo. "L'errore storico di Mitterrand"
Un´opera curata da Marc Lazar esamina il periodo del terrorismo italiano. E rivede molti dei pregiudizi che hanno portato gli intellettuali francesi a posizioni come quella sul "caso Battisti"
La giusta distanza, sugli Anni di Piombo. Tra Italia e Francia, due nazioni e
due modi completamente differenti di guardare a quel tragico periodo della
nostra storia recente. L´asticella è fissata decisamente in alto. Eppure:
«Penso che sia finalmente arrivato il momento di dare la parola alla Storia».
Marc Lazar, professore a Sciences Po e alla Luiss, dov´è Presidente della
School of Government, è il curatore di L´Italie des années de plomb, appena
pubblicato in Francia dell´editore Autrement, in uscita presso Rizzoli nel
prossimo autunno. Il tentativo è quello di costruire tra i due Paesi una
memoria condivisa sul terrorismo. Di mezzo c´è la "Dottrina
Mitterrand", che permise a decine di ex terroristi di trovare rifugio e
protezione Oltralpe, e scatena ancora oggi scontri diplomatici e ideologici.
«Ma il cambio generazionale tra gli studiosi permette un approccio meno
drammatico e ideologico» è la speranza di Lazar, insieme a Marie-Anne
Matard-Bonucci curatore della raccolta che comprende contributi di testimoni
dell´epoca come il consigliere di Mitterrand, Jean Musitelli, Anna Bravo e
Luigi Manconi, i procuratori Gian Carlo Caselli e Armando Spataro, e storici,
spesso giovani, come Guido Panvini, Julien Hage, Sophie Whanich.
Professor Lazar, i casi di Paolo
Persichetti e di Cesare Battisti hanno improvvisamente riaperto un conflitto
diplomatico che si pensava relegato al passato. Davvero è possibile trovare una
sintesi storica?
«Questo libro italo-francese vorrebbe essere un contributo alla stesura della
nuova storia degli Anni di Piombo, in verità appena iniziata. Da argomento
ricorrente di polemiche, questo periodo sta finalmente diventando materia di
studio per gli storici. È un percorso classico: dopo trenta o quaranta anni,
gli eventi traumatici possono essere osservati in modo più equilibrato,
esplorando temi in parte trascurati. Per gli Anni di Piombo, la Storia si basa soprattutto
sul lavoro, spesso eccellente, realizzato quasi a caldo da specialisti di
scienze sociali e politiche, da commissioni parlamentari, inchieste
giudiziarie, e poi dall´apertura, ancora incompleta, di alcuni archivi. Il
volume che pubblichiamo prende spunto anche dagli studi di giovani storici
portatori di un approccio più distaccato».
Nel libro lei riprende la definizione
"guerra civile a bassa intensità", molto amata da alcuni
intellettuali francesi.
«In Italia parole come "terrorismo" o "Strage di Stato",
hanno significati pesanti e conseguenze politiche. Ho voluto affrontare anche
l´idea della "guerra civile a bassa intensità", inventata
successivamente agli Anni di Piombo, per capire come mai quest´espressione si è
diffusa così facilmente in alcune frange dell´opinione pubblica italiana e
ancor di più francese, dove ha attecchito in modo prepotente. Da noi è servita
a chi voleva giustificare i militanti di estrema sinistra che partecipavano
alla lotta armata. Ho invece cercato di dimostrare che è un´espressione
totalmente fuori luogo, sbagliata e non condivisa dalla schiacciante
maggioranza dei protagonisti dei fatti dell´epoca».
Eppure in Francia questa rappresentazione
del terrorismo italiano gode ancora di buona stampa e illustri portavoce.
«Spero che questo libro venga letto, discusso e commentato in Francia come in
Italia. I malintesi franco-italiani sono dovuti a una ricostruzione molto
ideologica e unilaterale degli eventi, cominciata negli anni Settanta. Abbiamo
analizzato la lettura che danno certi intellettuali e esponenti socialisti
francesi della contestazione italiana degli anni Settanta, molto influenzata
dai militanti italiani che avevano scelto la lotta armata e si sono poi
trasferiti Oltralpe. Ritengo che ci sia stato, da parte francese, un
fraintendimento sul sistema politico italiano, sulla Dc e sul Pci. Inoltre, ci
sono anche molti equivoci sulle vere ragioni che hanno portato in clandestinità
una parte dell´estrema sinistra, sulla repressione dello Stato e sulla reazione
della giustizia italiana».
La "Dottrina Mitterrand" è
anche il frutto di questo equivoco?
«Un primo accesso, ancorché parziale, agli archivi del presidente Mitterrand, e
la raccolta di diverse testimonianze, ci permettono di inquadrarla meglio. In
realtà, non ha mai avuto alcun valore giuridico. Negli 1981, quando Mitterrand
venne eletto e molti terroristi italiani decisero di trasferirsi in Francia, ci
furono divergenze tra i rispettivi vertici dello Stato. Nell´orientamento del
presidente francese pesarono anche le sollecitazioni di Bettino Craxi che, tra
il 1983 e il 1984, temeva che il ritorno in Italia dei condannati per lotta
armata avrebbe ricostituito il fronte della "fermezza" tra Dc,
repubblicani e partito comunista».
Gli ultimi presidenti francesi si sono
comportati in modo diverso e spesso contraddittorio sulle richieste di
estradizione dei rifugiati italiani.
«La "Dottrina Mitterrand" non è un testo scritto e univoco. In
realtà, è composta da alcune esternazioni pubbliche del presidente e dal blocco
delle estradizioni, nient´altro. L´obiettivo iniziale era il reinserimento
degli italiani, a due condizioni: la rinuncia alla lotta armata e il non aver
commesso crimini di sangue. Il rispetto di quest´ultima condizione è cambiato
nel tempo a seconda delle pressioni dell´Italia e delle mutazioni interne alla
politica francese. Dopo Mitterrand non c´è più stata una linea omogenea nei confronti
degli italiani rifugiati in Francia. Con Jacques Chirac e Nicolas Sarkozy le
decisioni sono state prese caso per caso, a seconda dell´umore del momento».
Nella raccolta che ha pubblicato si parla
anche di amnistia. Mitterrand decise di perdonare alcuni ex terroristi degli
anni Settanta. Crede ci possa essere un paragone con l´Italia?
«La Francia
non può permettersi di dare lezioni all´Italia sul ricorso all´amnistia. Penso
che oggi l´unico obiettivo degli storici, italiani e francesi, debba essere quello
di comprendere e di spiegare la complessità degli Anni di Piombo».
http://www.repubblica.it 15.4.10

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