Anna Frank. Quell'ultimo bacio e poi l'orrore della tragedia finale
Torna in una edizione ridotta il celebre "Diario" e la spensierata voce della ragazza olandese che annotava passioni e amori. Prima che fosse inghiottita nell’orrore di un lager .
"Circa sessant´anni fa, quando apparvero I Diari di Anne Frank
(Einaudi 1954, con una bella prefazione di Natalia Ginzburg), risvegliarono
un´emozione profondissima: sembrò che il massacro degli ebrei trovasse per la
prima volta una voce - la lieve, spiritosa, spensierata voce di una ragazza
olandese. Ci furono edizioni successive, nelle quali fu ripristinato il
complesso testo originale: la
monumentale edizione critica a cura di David Barnouw, Harry Pape e Gerrold
van der Stroom, tradotta in Italia nel 2002, sempre da Einaudi (euro 67). Ed
ora Frediano Sessi ne cura una forma
ridotta (traduzione di Laura Pignatti, con una intelligente introduzione di
Eraldo Affinati, Einaudi), che riporterà i Diari originali a contatto
con un pubblico vastissimo. Di solito, una testimonianza biografica - diario, o
lettere, o vita - patisce il peso degli anni: la polvere e l´alone della
storia. Ma i Diari di Anne Frank hanno attraversato questi
sessant´anni, senza che noi ce ne accorgessimo: conservano l´immediatezza, la
naturalezza, la grazia del cuore, che ci colpì allora; come se proprio in
questo momento una ragazza di 13 anni stia attraversando le strade di
Amsterdam, colla stella gialla sul braccio, per raggiungere lietamente la
scuola ebraica.
Anne Frank ricevette in dono il diario - ricoperto da una stoffa scozzese - il
12 giugno 1942, il giorno del suo tredicesimo compleanno. Gli diede un nome,
Kitty; e lo teneva nascosto, come se contenesse il tesoro della sua vita,
insieme alla grande penna stilografica d´oro, che le aveva regalato la nonna.
Kitty era un´amica, alla quale Anne voleva confidare tutti i suoi segreti, e le
lettere non inviate alle sue amiche reali. Non era un semplice quaderno.
Qualcosa di più: una vera e propria persona, un organismo vivente, con un
corpo, un´anima, un cuore, nel quale si rispecchiava profondamente il suo
cuore. Stava lì, di fronte a lei, e la consolava, la mitigava, dava consigli,
alludeva, la educava. Possedeva una saggezza misteriosa che veniva da molto
lontano; e a lei non spettava che ascoltare e obbedire a quelle parole. Sapeva
che vi avrebbe scritto sempre - finché, forse, un giorno remoto, anche lei
sarebbe diventata una scrittrice saggia come il suo diario.
Tutti conosciamo le sue fotografie. Lei le commentava vanitosamente: le
piacevano le fossette sulle guance e quelle sul mento, mentre deplorava la
bocca troppo grande - quella bocca ridente, che a noi pare l´incarnazione della
sua inebriata felicità. Era civettuola: le piaceva che tutta la classe fosse
innamorata di lei; ma avrebbe voluto ricevere anche dichiarazioni d´amore
scritte nella più bella calligrafia. Apparteneva ad una famiglia ricca e
privilegiata, e se ne rendeva conto. Disprezzava le ragazze povere che venivano
dalle periferie. Era dura, crudele. Giudicava spietatamente i compagni: «J.,
vanitosa, spiona, odiosa, piena d´aria, falsa ed ipocrita»; R., «è un ragazzo
falso, bugiardo, sventato e noioso». Nel diario parla delle sue gatte, del
padre, che leggeva Dickens, della madre, di una pianta di rose, di una
camicetta azzurra, del gioco di Monopoli, di un vasetto di crema, di una torta
di fragole, di una moltitudine di regali che le giungevano da tutte le parti.
Appena si guardava attorno, con i suoi occhi limpidi e lucidissimi, tutto si
agitava, brillava, scintillava, entrava in quel movimento ininterrotto, che era
il cuore della sua esistenza.
Nel luglio 1942, il padre di Anne, Otto Frank, decise di chiudersi insieme ad
alcuni amici in un Alloggio segreto, a Prinsengracht 263. Vi rimasero più di
due anni. In quel periodo l´ottica di Anne cambiò completamente. Non più le
strade, la scuola, gli alberi, le amicizie, i giochi. Ma l´esperienza della più
estrema concentrazione: ora Anne possedeva una specie di microscopio, con cui
fissava i particolari più minuziosi della vita segregata, come un topo avrebbe
scrutato un piccolo gruppo di topi in una soffitta o in una cantina. Tutto
diventò minimo e romanzesco, come in una prigione del Seicento. Con questo
crudele occhio d´adolescente, Anne guardava la vita dei genitori e degli amici;
e tutto quello che una volta le sembrava normale, ora appariva meschino, miserabile,
infimo: un orrore, che eccitava il suo disprezzo. Solo ogni quarto d´ora, il
rintocco di una campana vicina dava un ritmo quieto al suo tempo interiore. Ma
Anne era troppo vivace per lasciarsi opprimere. Mentre gli altri erano
prigionieri e vittime del loro carcere, lei guardava, notava, si affacciava
segretamente alla finestra, vedeva gli alberi, le nuvole, il cielo e si sentiva
una creatura libera in una Natura liberissima e vasta. Nessuno avrebbe potuto
rinchiuderla.
La persecuzione antiebraica le era sembrata, fino ad allora, una specie di
gioco insensato e ridicolo. «Gli ebrei devono consegnare le biciclette; gli
ebrei non devono prendere il tram: gli ebrei non devono salire su nessuna
automobile, nemmeno privata; gli ebrei possono fare la spesa dalle tre alle
cinque; gli ebrei possono andare solo da parrucchieri ebrei; gli ebrei non
devono uscire per la strada dalle otto di sera alle sei di mattina; gli ebrei
non possono trattenersi nei teatri, nei cinema e nei luoghi di svago; gli ebrei
non possono andare in piscina, né nei campi di tennis, hockey o altri sport;
gli ebrei non possono vogare; gli ebrei non possono praticare nessun genere di
sport in pubblico?» Ma lassù, racchiusa nell´Alloggio segreto, la verità sui
massacri cominciò lentamente a trapelare. Anne rimase sconvolta: «Non si salva
nessuno, vecchi, bambini, neonati, donne incinte, malati, tutti, tutte
camminano insieme verso la morte». Pensava che tutto sarebbe finito, che la
loro isoletta protetta sarebbe stata trascinata via, che per loro non ci
sarebbe stato nessun mondo normale, nessun futuro, nessuna salvezza. Presto
cominciò a maturare in lei una limpida coscienza ebraica, e credette nella
missione simbolica del suo popolo. «Chi ci ha costretti a servire così? È stato
Dio a farci così e a risollevarci. Se sopporteremo questo dolore e alla fine
resteremo ancora ebrei, allora gli ebrei da comandati che erano, saranno
d´esempio». Sognava la redenzione; e, ciò che è più grandioso, la redenzione
del mondo attraverso gli ebrei.
Mentre gli anni passavano, Anne cresceva, e sentiva che qualcosa si muoveva e
si trasformava nel suo corpo: qualcosa che non capiva completamente. Entrava
nell´adolescenza: ora gioiva della trasformazione che avvertiva in sé stessa,
ora rimpiangeva dolorosamente l´ilare, frenetica infanzia, che la stava
abbandonando. In apparenza, continuava la sua vita di sempre. Giocava con la
gatta: cercava di conservare nel rifugio le abitudini della famiglia: ascoltava
le notizie della radio inglese: rappresentava festosamente il teatro della vita
segreta: leggeva i suoi libri di mitologia classica; attaccava al muro le
fotografie delle sue dive; disegnava le tavole genealogiche delle famiglie
reali. Ma qualcosa cambiò. Odiò, odiò violentemente, con un rancore che non si placava
mai, le miserie, i litigi, le meschinità degli adulti, che vivevano, parlavano,
mangiavano accanto a lei. Non perdonava niente. «Gli adulti sono soltanto
invidiosi perché noi siamo giovani». «Quegli stupidi adulti, che comincino un
po´ a imparare loro, prima di criticare tanto i figli». Il suo furore la portò
a una specie di nichilismo.
Spesso odiava la madre. «Voglio molto più bene a papà». E l´odio per la madre
cresceva: diventava meticoloso e feroce. Non ne sopportava il carattere né le
prediche: diceva che aveva idee esattamente opposte alle sue; avrebbe voluto
darle uno schiaffo, tanto era intensa la sua antipatia. La madre era fredda,
gelida; Anne non tollerava il modo sarcastico con cui trattava i suoi affetti
più cari. Poi, la riprendeva un´ondata di affetto infantile; e di nuovo questo
calore scompariva, e accusava duramente la madre di non essere una vera madre,
ma un´amica astiosa e irritata. Era gelosa della sorella maggiore, Margot, che
trovava ingiustamente preferita e accarezzata. Per il padre, che chiamava
affettuosamente Pim, aveva una tenerezza dolorosa e materna. Infine, spazzava
dall´orizzonte tutta la famiglia. Nemmeno il padre la capiva, e usava con lei
le parole che si usano con una bambina dall´infanzia capricciosa e difficile. Nessuno
la comprendeva. Nella confusione e nel litigio dell´alloggio segreto,
minacciata dalla deportazione e dalla morte, lei si sentiva «terribilmente
sola, esclusa, trascurata». Le fossette delle guance si impietrivano, gli occhi
si incupivano o balenavano luci fosche.
Sognava molto, e i sogni la consolavano e le aprivano il cuore gualcito e
intirizzito. Nell´Alloggio segreto viveva un ragazzo, Peter, di due anni più
grande di lei, per il quale non sentiva attrazione. Ma, una notte, Peter le
apparve in sogno: lei guardava a lungo quei begli occhi marrone vellutato.
Peter le diceva: «Se l´avessi saputo, sarei venuto molto prima», e accostava la
propria guancia paffuta alla sua guancia magra. Aveva un sentimento di infinita
dolcezza e freschezza. «Tutto era così bello, così bello». Quella notte, come
in un racconto di Nerval, si innamorò in sogno. L´amore continuò, sempre più
intenso, durante le ore del giorno. Malgrado il pudore, cominciò ad andare a
trovare Peter al piano di sopra, dove il ragazzo dormiva. Parlavano di tutto,
anche di cose intimissime. Peter era timido e un po´ goffo, e le sue parole
erano incerte. Anne non capiva se avesse simpatia, o affetto o amore per lei.
Ora Peter non la vedeva: il suo sguardo le passava sopra i capelli, e si perdeva
sulle pareti della stanza. Ora, invece, le lanciava un´occhiata così calda e
tenera, che anche lei si sentiva calda e tenera in cuore; ed era a lungo felice
ripensando allo sguardo che aveva indugiato sui suoi occhi e sulle sue
fossette.
A volte, era confusa. Non sapeva se era veramente innamorata di Peter, o se
desiderava soltanto un´amicizia adolescente. Ma non poteva negare di essere
innamorata: dalla mattina presto alla sera tardi non faceva che pensare a lui;
si addormentava con la sua immagine davanti agli occhi, e si risvegliava mentre
lui la stava ancora guardando. E, nel giorno, era difficile immaginare che non
fossero veri i discorsi e i gesti del sogno. «Oh Peter, scriveva sul diario -
di´ finalmente qualcosa, non lasciarmi più sospesa tra la speranza e la
sconfitta. Dammi un bacio, o mandami via dalla stanza... Tutti pensano che io
sia sfacciata, sicura di me e spiritosa, mentre non desidero altro che essere
Anne per una sola persona. Per una persona sola vorrei essere sensibile». Un
giorno, finalmente, lei gli diede il primo bacio: tra i capelli, sulla guancia
sinistra, sull´orecchio. E il secondo. Anne gli buttò le braccia al collo: gli
diede un bacio sulla guancia sinistra, e voleva spostarsi sulla destra, quando
la sua bocca incontrò quella di Peter, ed entrambi premettero le labbra le une
sulle altre.
Fu l´ultimo bacio. Proprio quando Anne sembrava avere aperto il suo cuore, si
rinchiuse in sé stessa: si sentì superiore a Peter: lo disprezzava perché non
aveva un obbiettivo davanti agli occhi, perché si sentiva insignificante, e non
aveva mai conosciuto la sensazione di rendere felice qualcuno. «Non ha fede»,
scriveva. In quel momento, la sua anima si stravolse. Abbandonò tutto: il
padre, la madre, Peter, gli abitanti dell´Alloggio segreto. Si sentì
completamente sola, senza voce, senza parola, senza adolescenza e giovinezza.
Capì che poteva fare a meno di tutto, perfino del padre, e concentrarsi nelle
profondità conosciute e sconosciute del suo io. Guardò fuori dalla finestra,
verso gli alberi primaverili, e sentì che il suo io sconosciuto era lì nel
sole, sotto le nuvole, nel verde che rinasceva, nella Natura, o in una
Natura-Dio, che riusciva a intravedere.
Notizie sempre più terribili giungevano dalla Germania: carri-bestiame,
deportazioni, prigionie, mostruosi campi di concentramento, mitragliatrici,
gas. Non c´era che Male e Male e Male, come non si era mai visto. «Vedo come il
mondo pian piano viene trasformato sempre più in un deserto, sento sempre più
forte il rombo che si avvicina e ucciderà anche noi». Proprio lei - una ragazza
quindicenne che aveva appena intravisto sé stessa - ebbe la forza di scrivere
che la sua vita era «migliorata, molto migliorata». Dio non l´aveva lasciata
sola. Esaltava il cielo, gli alberi, le nuvole, la Natura, e ribadiva che Dio
si rispecchiava in tutte le cose. Cos´era la morte, la sua morte, la morte dei
suoi fratelli, un popolo spazzato via? «Tutto era come doveva essere e Dio
voleva vedere gli uomini felici nella Natura semplice ma bella». Tutto si sarebbe
volto al bene; e nel mondo sarebbero tornati la calma e la pace.
Sono parole sconvolgenti: parole, sembra, che possono dire
soltanto i santi. Con le sue civetterie e i suoi scherzi irrispettosi, Anne
Frank a tutto somigliava meno che a una santa. Eppure proprio lei, come una
santa, esaltò il trionfo finale del bene.
Il 4 agosto 1944, la polizia nazista arrestò tutti gli abitanti dell´Alloggio
segreto. I Diari di Anne Frank rimasero a terra, confusi tra un mucchio di
vecchi libri e riviste. Nell´autunno, qualcuno la vide, con gli "occhi
radiosi" insieme a Peter. Nel marzo 1945 morì di fame e di tifo - certo
non più radiosa - nel campo di concentramento di Bergen-Belsen. Non sembra che,
secondo la sua profezia, il Bene sia ritornato vittorioso sulla terra."
la Repubblica, giovedì 19 novembre 2009

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