Anja
Questo brano è tratto dal primo capitolo di "Perdono a Lulù" di Giulio Stocchi .
Ebbene, una mattina di febbraio di qualche anno fa, tutto circondato d’alba –io mi sveglio molto presto- schiaccio il tasto del check-mail e compaiono i soliti messaggi che appaiono sullo schermo: pillole che promettono erezioni di acciaio, orgasmi da favola, delle tavolette per dimagrire, servigi di ragazze compiacenti per piacere o per denaro, annunci di vincite al lotto favolose, richieste di collaborazioni che ti renderanno miliardario…
Quand’ecco che in tutta questa spazzatura, proprio come nelle favole, brillanti e splendenti come diamanti, compaiono queste parole: “Salve sono una ragazza di quattordici anni. Ho letto le sue poesie: sono molto belle… Io ho vissuto in Bosnia al tempo della guerra e le sue poesie hanno rievocato piccole lacrime… Grazie”.
Queste sono parole che mi hanno profondamente commosso, non mi vergogno a dire, fino alle lacrime, le ho stampate, le ho ritagliate e le tengo ancora sulla mia scrivania, perché mi rammentano una cosa per me molto importante, e cioè che una delle funzioni della poesia, e dell’arte, è proprio quella di fare ricordare. Questo lo sapevano gli Antichi che attribuivano alle Muse, cioè le protettrici delle arti e della cultura in generale, una madre che era Mnemosine, la Memoria.
Ma quelle parole, anche, erano, per così dire, un riconoscimento di un lavoro molto difficile, che avevo cominciato anni prima di ricevere quelle parole e quella lettera. Ai tempi in cui, nel ’91-’92, i popoli della ex Jugoslavia hanno cominciato a dilaniarsi a vicenda e opponendo non solo gli eserciti, ma spesso il vicino al vicino e qualche volta spezzando e dilaniando le stesse famiglie. In quegli anni avevo cominciato a scrivere delle poesie su questa situazione, poesie che andavano raccogliendosi a comporre, quasi naturalmente, un libro che, altrettanto naturalmente, avevo intitolato In tempo di guerra.
E nell’imminenza di una nuova guerra, quella che vediamo tutte le sere in televisione, la guerra dell’Iraq, ricordando quello che facevo da giovane, come ha detto poco fa la vostra compagna, cioè che andavo nelle piazze, durante le manifestazioni popolari, nelle fabbriche, ai cortei antifascisti e così via, a recitare le mie poesie, avevo deciso di rivolgermi alla piazza virtuale, cioè a Internet, al Web, diffondendo in rete le poesie de In tempo di guerra in tre versioni, italiana, inglese e spagnola in modo che fossero comprensibili al maggior numero di persone possibile.
E lì, in Internet, queste poesie sono cadute sotto gli occhi di una ragazza, che è Anja Borojevic, la vostra compagna di scuola che mi siede accanto e che mi ha presentato, la quale Anja –io la vedo oggi per la prima volta- è diventata mia amica, ci siamo scritti e questo grazie alla poesia: un uomo in età come me e una poco più che bambina allora, adesso è una giovane donna, hanno potuto intrecciare un’amicizia che altrimenti avrebbe potuto assumere toni, per così dire, ambigui, grazie a delle poesie che questa giovinetta aveva letto e grazie alle quali aveva ricordato la sua infanzia in Bosnia.
Il ponte sulla Drina
In Bosnia, prima che follia degli uomini lo distruggesse, esisteva un ponte chiamato, talmente era antico, lo Starì, il vecchio. E questo ponte ha ispirato un romanzo di Ivo Andric, Il ponte sulla Drina. Ivo Andric che era uno scrittore jugoslavo, bosniaco proprio, segue la storia del ponte, dalla sua costruzione agli inizi del ’400 fino alla Prima Guerra Mondiale. E, di generazione in generazione, su questo ponte uomini e donne si sono incontrati e hanno parlato fra di loro. Di generazione in generazione, i bambini e le bambine facevano il girotondo al suono delle loro filastrocche; di generazione in generazione, giovani ragazze come voi guardavano, affacciandosi dal ponte, il riflesso delle stelle nell’acqua confidandosi i loro segreti; di generazione in generazione, ragazze e ragazzi si sono scambiati i loro primi teneri baci e il pope, il sacerdote ortodosso discuteva col bey, con il funzionario turco. Così nei secoli il ponte sulla Drina è stato un luogo di incontro.
Ebbene, io credo che le opere d’arte in genere, non solo le poesie, ma tutte le opere d’arte, romanzi, quadri, film, fumetti, canzoni e così via, sono dei ponti gettati fra gli uomini perché gli uomini imparino a parlare fra di loro. Perché questo incontro fra gli uomini avvenga occorre, naturalmente, che ci si avventuri sui ponti, come ha fatto la piccola Anja, cioè che si leggano i libri, che si ascoltino la musica o le canzoni, che si assista ai film, che si ammirino i quadri. Se voi farete questo, vi accorgerete che questi ponti fatti di parole, di suoni, di immagini, di colori che sono le opere d’arte vi insegneranno a parlare, perché vi insegneranno qualcosa di voi, vi insegneranno la grammatica e il lessico dei vostri stessi sentimenti; e vi insegneranno quindi ad esprimerli e perciò a comunicarli. A parlare con gli altri.
Sarà capitato anche a voi: quante volte una canzone avrà posato sulle vostre labbra le parole con cui poi vi sarete rivolti al vostro innamorato o alla vostra innamorata; quante volte ascoltando una musica avrete riconosciuto in quel ritmo la colonna sonora delle vostre emozioni e dei vostri sentimenti, di rabbia, di gioia, di ribellione, di speranza, di dolore, di scoramento, di rimpianto, di tenerezza, di amore; quante volte, camminando per la strada, magari un manifesto o il graffito di un writer sui muri vi avrà dato come una illuminazione perché vi avrà fatto scoprire qualcosa di voi che prima ignoravate; e così i film, così i quadri, così i contorni dei fumetti…
Tante volte i libri diventano anche dei ponti su cui può sbocciare l’amore. C’è un esempio famosissimo nella nostra letteratura nel canto di Paolo e Francesca:
Quando leggemmo il disiato riso
esser baciato da cotanto amante
questi che mai da me non fia diviso
la bocca mi baciò tutto tremante
Tutto questo avviene perché le opere d’arte, non solo le poesie, vi offrono la lente con cui guardare a voi stessi, lo specchio in cui riconoscervi e, per così dire, il cannocchiale con cui potete rivedere delle cose lontane e che credevate magari dimenticate.
E’ quanto è successo alla piccola Anja, questa bambina vissuta in Bosnia, nel bagliore degli incendi e nel fragore delle bombe, in un paese dove delle ragazzine poco più grandi di lei venivano trascinate via come preda di guerra ai bordelli dei vincitori….
Una di queste giovinette oltraggiate racconta la sua storia in una mia poesia de In tempo di guerra che certo Anja avrà letto.
E sulla quale magari avrà versato qualche piccola lacrima rivedendo i grandi fuochi che da bambina forse non riusciva a capire.
Incendiavano tutto: case
stazzi, capanne, con animali e contadini
ancora vivi dentro
C’era tanto fumo nel cielo. Chissà perché
ho pensato alle bolle di sapone, agli aquiloni.
Era un martedì
Nel piazzale ci hanno messe su due file
e il mio vicino mi ha picchiata col calcio del fucile.
Le vecchie le hanno portate nel bosco.
La spalla mi faceva male quando siamo partite.
Abbiamo sentito tanti spari
La strada era lunga. Quando siamo entrate
un soldato mi ha toccato i capelli. C’erano tante
casse con i proiettili, una lampadina
e una branda
Dopo, mi hanno dato da mangiare.
Adesso lo facciamo ancora, mi hanno detto.
Non sentivo più niente quando sono andata alla finestra. Le
zolle fumavano, c’era una fila d’alberi lontana e una mucca
bianca.
Allora ho pianto
Quel pianto della ragazzina offesa sono lacrime versate sul bene più prezioso che la guerra strappa a chi non viene ucciso e sopravvive: la tenerezza dei sogni con cui i bimbi si affacciano alla vita in un mondo che ai loro occhi appare un incanto, una favola, una promessa…
E che certo Anja avrà ricordato, commuovendosi a quel tripudio di sole, di colori, di sussurri, di fruscii che contrasta col cielo livido della guerra e delle sue urla, leggendo una poesia in cui la figurina sottile di una bimba –forse la stessa creatura che anni dopo subirà la violenza-viene avanti cantando nella magia di un mattino immerso nella luce:
Il cielo è alto
Sulla proda del fosso il cane
Annusa nel vento
Cicale sospese
Hanno ripreso il canto
Eco larga luce lenta
Nel riflesso dell’acqua
Elusiva un’ala
Lieve disegna
L’arabesco la scia
Al pesce e va via
La strada alla campagna
Unisce orizzonte e
Covoni una vestina avanza
Esaudisce una canzone
Donerò il mio fiore
A chi lo saprà curare
Nascerà il mio astro nella notte
Zenitale roteando poserà
Ai piedi del mio amore
Facciamo finta che
Ora, voi mi vedete, qui davanti a voi, sono un uomo maturo, ai più giovani sembrerò straordinariamente vecchio, e certo sembrerò anche piuttosto strano. Sicuramente non sono una ragazzina di quattordici anni violentata, e non sono quella bambinetta che viene avanti, cantando e confidando i suoi sogni, nella vestina fra i campi.
Queste creature io me le sono immaginate, cioè me le sono, come dice Leopardi, “finte nel mio pensiero”. E cioè, ho fatto finta che… Come facevamo da bambini… “Facciamo finta che io ero un cavaliere…”, dice il bambino alla bambina… “Facciamo finta che io ero una principessa….”, risponde la bambina… E giocando al cavaliere che libera la bella principessa, i due bambini saranno serissimi, perché le loro avventure, pur svolgendosi nella cornice di mondi inventati e immaginari, esigono impegno e serietà perché la magia non svanisca. E, giocando, i due bambini apprenderanno i primi rudimenti del linguaggio dell’avventura e del linguaggio dell’amore.
Cioè nel gioco si apprende sempre qualcosa. Come fanno i cuccioli degli animali, i quali a loro volta giocano: quando due cani giocano alla guerra, cioè fanno finta di combattere senza mordersi, apprendono, da una parte, le regole del combattimento e, dall’altra, a seconda di chi vince e di chi perde, il ruolo dominante o succube che la società canina assegna ai due contendenti.
Ebbene, il poeta è un adulto che, come i cuccioli degli animali e come i piccoli dell’uomo, continua a giocare.
E con che cosa gioca il poeta? Il poeta gioca con le parole.
E un gioco che si può fare con le parole –adesso vedo qui soprattutto molte ragazze, a parte le signore naturalmente, e forse solo un paio di ragazzi, adesso non vedo bene- Ma se ci fossero degli innamorati nella vostra classe io consiglierei questo gioco che si può fare con le parole.
Facciamo finta che ci sia un innamorato di Anja, che senz’altro ne avrà a dozzine. Allora lo spasimante prende il nome Anja, scrive la A su una riga, va a capo, scrive la N su un’altra riga, scrive la J –facciamo la I semplice se no nella nostra lingua non ce la caveremmo più- e a capo ancora A:
A
N
I
A
E si tratta allora di trovare dei versi che comincino con la A, con la N, con la I e con la A per comporre il nome di Ania.
E questi versi potrebbero essere, vediamo un po’… Se c’è un innamorato di Anja le dovrà dichiarare il proprio amore, quindi, A, Amor di te mi prese. E come logica conseguenza, N, Nel cuore mio ti porto. E poi ci vuole il complimento alla bella Anja, e allora la lettera I, anche se sarebbe J, ma facciamo che è I semplice, potrebbe essere Il più bel fior del’orto, e A, a capo, Ai tuoi color s’arrese. Quindi:
Amor di te mi prese
Nel cuore mio ti porto
Il più bel fior dell’orto
Ai tuoi color s’arrese
Naturalmente questo è uno scherzo, più che un gioco, perché la bella Anja si merita ben altro, ben altri versi per conquistarla in modo che doni le sue grazie e le sue bellezze.
Isa: realtà, gioco, mondi possibili
Ma una poesia congegnata in questo modo si chiama “acrostico”. E questa tecnica non è stata inventata da me, è stata inventata dai poeti alessandrini attorno al 350-340 prima di Cristo. Ha avuto un grande successo, questa forma di poesia, l’acrostico, una grande fortuna in età romana, è andata un po’ persa nei cosiddetti “secoli bui”, ha avuto una grande rinascita in età carolingia ed è giunta fino ai giorni nostri.
E’ talmente giunta fino ai giorni nostri, che la prima poesia che avete sentito, Incendiavano tutto, quella poesia plumbea, piena dei colori lividi della guerra, del fumo, del bagliore degli incendi, del freddo che si intuisce della neve e l’ultima poesia, Il cielo è alto, che invece è piena di fruscii, di riverberi, di luce, di profumi, sono due acrostici. Anzi, sono lo stesso acrostico.
Se voi leggeste questa poesia messa sulla pagina e stampata facendo risaltare la prima lettera di ogni verso, leggereste la frase: Isa che nella luce danza.
Questa Isa chi è? Isa Traversi è una mia amica, una mia amica danzatrice, la quale in un momento in cui io ero proprio molto depresso, infelice, chiuso in casa, come forse capita spesso a voi, adolescenti –perché, ecco, il poeta è anche un eterno adolescente-, insomma in un periodo in cui vedevo la vita molto grigia, che mi diceva di no, questa mia amica danzatrice Isa mi ha scritto una lettera, testimoniandomi della sua amicizia in maniera così toccante che mi ha spinto a risponderle per ringraziarla componendo gli acrostici che avete ascoltato ed altri cinque: sette acrostici, dunque, Isa che nella luce danza, che poi ho raccolto in un libretto che le ho donato, intitolato: Suite in sette movimenti e una gratitudine.
Ora, questo dice qualche cosa sui termini del “gioco” del poeta. C’è sempre un’occasione –quella volta che ero chiuso in casa e che il mondo mi appariva qualcosa di ostile e che la mia amica Isa mi ha scritto-. E poi il poeta prende a giocare con le parole, nel mio caso componendo un acrostico, e componendo l’acrostico, cioè giocando con le parole, questo gioco spalanca le porte di mondi possibili, di realtà possibili. Nel caso dei due acrostici che avete ascoltato, la realtà della guerra nel suo orrore e nella sua violenza, e il sogno dell’infanzia che si affaccia al mondo. E poiché gli acrostici erano sette, gli altri acrostici parlavano anche di amore, di solitudine, della danza di Isa e così via… Cioè con la stessa intelaiatura verbale è possibile cogliere diversi aspetti della realtà.
Vi dicevo, questo è sempre il modo in cui il poeta lavora, qualsiasi tecnica usi. Quella volta che Dante ha incontrato Beatrice il giorno di Pentecoste, se non sbaglio, del 1274 e Beatrice Portinari era una bambina e Dante si è innamorato di lei e non solo ha scritto i versi che ha scritto d’amore:
Tanto gentile e tanto onesta pare
La donna mia quand’ella altrui saluta
Ma ha costruito tutto l’edificio, per così dire, della Divina Commedia che in fondo è una scala che porta Dante a incontrare per l’ultima volta Beatrice dopo la morte.
Quella volta che Giacomo Leopardi è salito sul colle del suo “natìo borgo selvaggio” e ha sentito frusciare il vento e, seguendo il gioco degli endecasillabi, E come il vento odo stormir fra queste piante Io quell’infinito silenzio, ecc., ha colto nel vento la vicenda delle generazioni che si sono affacciate sulla terra.

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