Angela Merkel una borghese piccola piccola
La Germania che economicamente si trova a esser guida dell’Unione, politicamente non sa pensare che in piccolo
Joachim Gauck era l’uomo del momento giusto, per la
successione di Horst Köhler alla presidenza della Repubblica in Germania. Per
aver conosciuto la paura quando era un pastore dissidente nella Germania
comunista, sapeva quel che significa pensare con la propria testa, resistere,
imboccare la stretta via della solitudine. Assieme a Havel, Gauck è uno dei
rari dissidenti che non solo ha combattuto il totalitarismo comunista ma ha
saputo guardare dentro se stesso, e intuire quello che può fare, di ogni uomo,
un conformista o un ideologo, a seconda delle necessità e delle circostanze.
Per dieci anni, fra il 1990 e il 2000, aveva diretto un’istituzione
essenziale per la riunificazione tedesca e la rinascita della democrazia in
Germania Est: l’autorità che archivia e mette a disposizione del pubblico gli
atti della Stasi (servizi di sicurezza e spionaggio dell’Est). Ho conosciuto
Gauck personalmente, prima e dopo l’89, e non lo ricordo alla ricerca di
facili consensi. La tempesta della Ddr lo aveva fatto crescere, la più
complessa tempesta della democrazia non l’aveva rovinato. Ambedue gli hanno
dato speciali antenne, e uno speciale senso dell’umorismo. Nella breve
campagna presidenziale parlava molto della crisi economica, e della paura che
tornava ad affliggere gli animi («Sì, là fuori c’è da aver paura!»). Ed
evocava l’insurrezione che nell’89 aveva infranto a Berlino muri e paure
(«Anche i tedeschi sono dunque capaci di far rivoluzioni!»).
Probabilmente sono questi i motivi per cui i tedeschi, se avessero potuto
eleggere direttamente il capo dello Stato, lo avrebbero senza esitazione
votato in massa. La
Germania, capace di forza inaudita ma non di rivoluzioni,
aveva un nuovo simbolo. Anche la stampa lo favoriva, anche i presidenti che
più hanno lasciato tracce di sé, come Richard von Weizsäcker e Roman Herzog,
avevano chiesto che sul nome di Gauck si formasse una vasta maggioranza, e
che comunque i deputati votassero in piena libertà, senza badare alle
discipline di apparati e schieramenti.
È strano come la partitocrazia e il pensiero corto abbiano infine avuto il
sopravvento, lasciando cadere una personalità come Gauck e aprendo la strada
alla nomina di un uomo certo onesto ma non eccezionale come Christian Wulff,
ex presidente democristiano della Bassa Sassonia. È strano come sia stata
un’altra cittadina dell’Est, Angela Merkel, a incaponirsi e battersi perché
venisse affossato il candidato più apprezzato dai tedeschi e dalle loro teste
pensanti. Ancor più strano è l’ignominioso connubio che si è creato, al momento
del voto in Parlamento, fra il Cancelliere e la Linke, la formazione che
raggruppa i fuoriusciti socialdemocratici di Lafontaine e l’ex partito
comunista dell’Est. Un connubio non nuovo nella storia, che l’Italia dei
governi Prodi ha conosciuto bene.
Solo in apparenza tuttavia l’affossamento di Gauck è una storia di stranezze
e anomalie. Sono decenni che l’Europa non riesce a selezionare personaggi di
spicco, e questa paralisi dell’immaginazione ha, almeno in Germania, radici
al tempo stesso molto antiche e molto tedesche. Da un lato è il fastidio
suscitato in ogni potente da personalità troppo forti, che non rientrano nei
parametri partitici e sono una minaccia per lo status quo e i discorsi
dominanti: in linguaggio moderno, non s’iscrivono del tutto né a destra né a
sinistra.
Appartengono non ai partiti, ma alle grandi occasioni. Nel quinto libro delle
sue Storie, Erodoto sintetizza in una metafora l’arte di governo che il
tiranno di Mileto, Trasibulo, insegna al giovane tiranno di Corinto: fai come
se ti trovassi in un campo di grano - dice - taglia le spighe troppo alte!
Ma è anche una storia tedesca quella che abbiamo davanti, e per esser precisi
una storia tedesco orientale. Difficile dire chi sia stato più stupido,
ottuso, miope: se Angela Merkel o la
Linke, che fino all’ultimo si è rifiutata di spostare il
proprio voto su Gauck. Fatto sta che entrambi gli attori sono eredi della
vecchia Germania comunista: un Paese che non ha avuto la possibilità di
mutare e ripensare la propria storia, dopo la caduta del nazismo; che ha
mantenuto e congelato il vecchio rapporto tedesco con l’autorità. In
particolare, ha preservato quella meschinità pedante e filistea che
opportunisticamente cerca rifugio in un suo nido protetto, pur di non correre
pericoli personali e non osare il coraggio e l’isolamento.
È lo spirito piccolo borghese che i tedeschi attribuiscono allo Spiesser: lo
Spiesser non osa mai nulla d’ardito ma per convenienza si adatta, non cerca
la verità ma si contenta di bugie, di frasi fatte, se necessario di dogmi
indiscussi. Per parlare con Gauck, può divenire al tempo stesso un
conformista e un ideologo, per paura o tornaconto.
La Merkel non ha una vita di dissidente alle spalle, e lo si vede. Il suo
respiro e il suo sguardo sono corti e il raggio dei suoi interessi breve e
egocentrico. Il momento che traversa è pieno di imprevisti precipizi, e
rifugiarsi nel nido è la cosa che preferisce, se mantenere il potere è a
questo prezzo. Meglio occuparsi di elezioni locali, piuttosto che pensare
responsabilmente alla Grecia e al destino dell’Europa e dell’euro. Meglio far
fuori un possibile concorrente come Wulff e promuoverlo a capo dello Stato,
piuttosto che dare alla Germania un grande presidente. Meglio correre in
Sudafrica e godere della vittoria tedesca ai quarti di finale, piuttosto che
correre per una bella vittoria nel mestiere politico che è il suo. Lo
Spiesser non pensa mai in grande, ma sempre in piccolissimo. Tina Hildebrandt
e Elisabeth Niejahr sulla Zeit scrivono che la Merkel è incapace sia di
imboccare la strada del coraggio sia di imboccare la strada della paura:
l'unica cosa che sa fare è non imboccare strada alcuna. Günter Bannas sulla
Frankfurter Allgemeine scrive che la Merkel segue il vento, non avendo una propria
consistenza: «L’euro non sarebbe mai nato, se fosse stata lei cancelliere
negli anni di Kohl. Mai avrebbe avuto il coraggio, che ebbe Gerhard Schröder
nel suo partito, di imporre la riforma dello stato sociale e del diritto del
lavoro che va sotto il nome di Agenda 2010».
Eppure la Merkel
avrebbe trionfato, se avesse avuto un po’ d’immaginazione e non si fosse
annidata nelle sue sparagnine aritmetiche di potere. È vero, erano stati i
socialdemocratici e i Verdi a proporre la candidatura Gauck, aggiudicandosi
per primi la mossa migliore e più inventiva. Ma Gauck è uomo difficilmente
classificabile, e la Merkel
avrebbe potuto metterci sopra il suo stampiglio, trasformando l’ex dissidente
in un figlio dell’era Kohl: figlio riottoso, perché incontrollabile quando
Kohl cadde in disgrazia, ma pur sempre figlio. La Merkel sarebbe divenuta
di nuovo popolare, e avrebbe acquisito un’indipendenza verso il partito che
ora, dopo la faticosa elezione di Wulff, ha finito col perdere. Ha scelto
l’apparato contro il bene comune, la partitocrazia contro il parere di gran
parte dell’opinione pubblica. Anche in questo è stata spiessig.
L’Europa barcollante ha oggi una persona così, alla propria testa. Ha una
Germania che economicamente si trova a esser guida dell’Unione, ma che
politicamente non sa pensare che in piccolo, assediata da conformismi e da
calcoli avari. In realtà sono molti oggi i piccoli personaggi, in Europa. Le
spighe più alte non mancano (l’ex premier belga Guy Verhofstadt, il tedesco
Cohn-Bendit) ma la preoccupazione dei potenti è di reciderle se solo
oltrepassano un poco la media. Quanto alla sinistra tedesca, la sua strada si
fa impervia. Assieme ai Verdi, i socialdemocratici hanno dato prova di
grandezza e fantasia, proponendo un personaggio per loro non comodo come
Gauck. Ma l’alleanza con le sinistre postcomuniste, e con la loro radicale
stupidità, diventa sempre più difficile ed è un regalo del tutto immeritato
ai democristiani e alle destre
http://www.lastampa.it 4/7/2010

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