"Amori, letture e libertà il mio Leopardi segreto"
Non gli piacciono i cattolici, gli sciocchi progressisti, le mode: è stato il più grande italiano moderno
Esce l´ultimo libro del critico sul poeta di Recanati:
"Questo saggio mi ha sfinito, è stato faticosissimo entrare nel suo
mondo"
È stato un faticoso corpo a corpo quello tra Pietro Citati e Giacomo Leopardi.
Un estenuante confronto durato alcuni anni e che ha prodotto un libro
ricchissimo e denso: Leopardi (Mondadori, pagg. 444, euro 22). In quel mare di
sfide e di rischi che sono le Poesie, i Canti, le Operette, lo Zibaldone,
Citati si è tuffato con entusiasmo, disperazione, forza. Ha nuotato tra le
correnti impetuose del poeta, rischiando di perdersi. È sceso nelle profondità
dei suoi fondali, come farebbe un pescatore di perle. Per poi riemergere senza
fiato. Ora che tutto è finito e che l´avventura leopardiana sembra un mare
tranquillo e navigabile, una strana trepidazione avvolge il suo interprete.
Guardo Citati e i suoi ottant´anni portati con leggero disincanto e vi leggo
una sottile incrinatura, una ferita che il tempo ha lasciato affiorare: «Mi ha
stremato questa lunga frequentazione con Leopardi. Non credevo potesse essere
così dura la discesa nel suo mondo», dice con quella voce cantilenante che dà
ritmo e purezza alle parole.
Il mondo al quale allude nasce nella quiete della provincia, in un ambiente che
il padre, il conte Monaldo, gli predispone. Crea un carcere dorato, un
laboratorio per le fertile mente di Giacomo.
«Monaldo ama quel figlio sopra ogni cosa. È esattamente l´opposto della madre
che di Giacomo non importa nulla e lo tratta con estrema indifferenza».
Lei la descrive come una donna durissima.
«È una figura immobile: non esce mai di casa. Sempre rinserrata tra le pareti
domestiche, ad aprire e chiudere porte, a spiare, controllare, risparmiare. La
sua avarizia è terribile, ma al tempo stesso necessaria: la situazione
economica, a causa delle dissennate iniziative di Monaldo, a un certo punto è
spaventosa. È lei con piglio draconiano riesce negli anni a riassestare le
finanze. Per il resto è indifferente alla sorte dei familiari. Il padre ha un´altra
personalità».
Lo racconta come un personaggio
dell´opera buffa.
«Ci appare come un uomo estroso e bizzarro, meschino e donchisciottesco. Un
attaccabrighe, ma profondamente innamorato del figlio. Vede in lui se stesso
realizzato. Ma proprio perché lo ama, lo vuole accanto, non gli permette di
andare via. Pretende che sia suo, per sempre. Vuole che Giacomo viva tra le
cose che gli appartengono: le terre, la casa e soprattutto la biblioteca che
Monaldo considera una specie di regno dei cieli».
A proposito dell´amore, colpisce come
Leopardi ne sia a volte preda, rivolgendolo soprattutto verso figure maschili.
Gli scambi di lettere con Pietro Giordani e Antonio Ranieri, sembrano quelle di
un innamorato perso. C´è una tensione omosessuale in Leopardi?
«Alcune di quelle lettere effettivamente sfiorano la morbosità e
l´omosessualità. Bisogna però tener conto che l´atmosfera sentimentale di quei
primi decenni dell´Ottocento, è ispirata alle idee di Rousseau. Gli slanci di
Leopardi sono indirizzati all´amore erotico non sessuale. Con Giordani e
Ranieri non ci sarà mai nulla di concreto».
Si può parlare di tabù o è un costume che egli segue?
«Non è un costume. È qualcosa di più profondo. E c´è un tabù perché l´amore
sessuale è comunque considerato incesto, anche quando non c´è alcun rapporto di
parentela. Pensi all´amore di Saint Preux per Julie».
Perché incesto?
«Perché in quel clima culturale, l´incesto fa parte dell´essenza dell´amore: la
donna è sempre la madre, anche quando non è reale e appartiene solo all´immaginazione.
E l´amore esiste ed è desiderato proprio per la sua natura incestuosa e per
questo motivo non è praticabile. Nel Wilhelm Meister di Goethe accade la stessa
cosa».
Accennava a Rousseau, un autore che lei
mette tra le letture fondamentali di Leopardi.
«Letteralmente lo divora e non ci si rende conto dell´influenza che esercita su
Leopardi».
Ma è il Rousseau delle
"passeggiate" dell´introspezione, della "reveries" quello
che interessa Leopardi. Non il Rousseau politico. Che rapporti ha Leopardi con
la politica?
«Del tutto negativi. Detesta la Restaurazione, quel clima descritto nel Rouge et
le Noire. Ha in casa l´esempio dell´orribile zio che vuole che diventi un
allievo di Lamennais e di de Maistre. Ma come odia i cattolici ortodossi,
detesta quelli moderati, come Viesseux, anche se di loro è amico e gli deve
gratitudine. Odia moltissimo i progressisti e tutto ciò che è di moda. Esecra
con ferocia la politica moderna. Ama solo la letteratura».
Da dove nasce questo disprezzo?
«Dal fatto che Leopardi detesta la realtà. E la politica è ciò che è, ciò che
esiste e che si vede. C´è una frase meravigliosa e rivelatrice: le uniche cose
sopportabili sono le cose che non sono. Questo è il suo mondo che non ha nulla
in comune con la politica».
Lo definisce un materialista che odia la materia, potremmo aggiungere: un
moderno che detesta la modernità: cioè l´idea di progresso, di felicità. Come
risolve la contraddizione?
«Non la risolve, ci convive. È questa la sua straordinaria modernità. Quando
alla fine della vita dice: non ho scritto opere ma solo saggi, possiamo
sostenere che non è vero, ma non possiamo non cogliere in quell´affermazione il
senso completamente ipotetico e infinito del suo lavoro. E davvero non c´è
nulla di più moderno».
Lo Zibaldone è il grande laboratorio
mentale in cui si esercita questa modernità.
«È un´opera immensa, mobilissima, un animale di carta e di inchiostro che lo
accompagna negli anni. Non si riesce a fissargli il viso a capire dove guardi.
C´è dentro tutto quello che ha letto e ha pensato. La cosa essenziale, dice
Leopardi, non è essere uno scrittore, ma un lettore. E lui legge di tutto e
diventa ogni volta il libro che ha letto e non c´è fine a questa incessante
trasformazione».
Il tema del mimetismo in qualche modo le
somiglia.
«Mi vergogno a dirlo vista la grandezza del personaggio. Ma è così, nonostante
la differenza delle nostre menti».
Com´è quella di Leopardi?
«È una mente complicatissima. Da un lato si serve di occhi microscopici per
creare un sistema di relazioni quanto più fitte e mobili possibili. Però il
sistema può essere pericoloso, se diventa eccessivamente razionale può
irrigidirsi. E allora la sola possibilità di fuga è affidarsi alla
trasformazione. Ecco perché egli diventa tutti i libri che legge. Ed è la ragione
per cui pensa di essere solo uno scrittore di tentativi».
Si sente uno scrittore fallito?
«Non direi, piuttosto si sente uno scrittore libero da qualsiasi prigione. In
grado di pensare e scrivere assolutamente tutto».
Libero nonostante Recanati e il carcere
che il padre gli ha costruito?
«Recanati era il tartaro ma anche il centro del suo mondo. Ma viverci per lui
non era possibile. Anche se sognava Recanati. Ma il mondo dei sogni, come aveva
letto nell´Odissea, è vicinissimo all´Ade, ai luoghi della morte».
Di qui il bisogno di fuga, i viaggi
intrapresi verso Roma, Pisa, e soprattutto Napoli nel suo lungo soggiorno verso
la fine della sua vita.
«In Pisa vide una seconda Recanati, odiava Roma e verso Napoli ebbe un rapporto
contraddittorio. Non gli piacciono i lazzaroni, i lestofanti, i baroni fottuti.
Ma dall´altro ama il paesaggio, la costiera, il Vesuvio, le stelle. Adora
l´immenso caos della città che sembra vivere solo per mangiare e defecare. La
percorreva a piedi. Aveva buonissime gambe, grossi femori su un torace
rachitico».
Si divertiva a dare i numeri da giocare
al lotto.
«Glieli chiedevano in quanto gobbo e lui non si tirava indietro».
Lei affronta molto seriamente la malattia
di Leopardi.
«Pensava che il fatto di essere alto un metro e quarantuno e di avere due gobbe
fosse dovuto all´artritismo. Ma la sua malattia non era rachitismo bensì il
morbo di Pott, una tubercolosi ossea, una malattia metamorfica che poteva
prendere tutte le forme. A questa si aggiunge una psicosi maniaco depressiva. E
si sente colpevole di entrambe. Ma in realtà entrambe hanno un´origine fisica».
È incredibile che un uomo così fragile e
per lo più vissuto in un lembo della provincia italiana sia diventato un poeta
e uno scrittore tra i più grandi di Europa.
«Perché è fuori dal tempo e quindi ha potuto conoscere tutti i tempi. L´Italia
non ha mai più prodotto nessun altro grande moderno. Del resto sono pochi i
grandissimi moderni: Nietzsche, Baudelaire, Leopardi».
Sono moderni in senso antimoderno.
«Altrimenti sarebbero degli sciocchi progressisti».
So che questo libro le è costato
parecchio in termini di fatica.
«Ormai sono vecchio».
Non può essere solo un problema
anagrafico.
«Un po´ sì. Seriamente: capire Leopardi è difficilissimo, è un´impresa
straordinaria che si lega alla sua molteplicità e apparente contraddittorietà.
E poi c´è la ricchezza delle fonti. Non è facile recuperare il fondale classico
e non classico che egli nasconde. Tutto questo esige una tensione di lavoro che
si accorda meglio con le forze di un giovane. Quando scrissi il libro su Goethe
fu una grande fatica, ma avevo quarant´anni. Questo su Leopardi, mi ha sfinito.
Non stavo bene, ma ho cercato di non far trasparire la fatica. Ho cercato di
dare alla scrittura, malgrado la tensione, una forma fluida e chiara».
Considera questo su Leopardi il suo
ultimo grande lavoro?
«Non avrei più il tempo di scrivere qualcosa di altrettanto impegnativo».
Mai dire un basta definitivo.
«Non l´ho mai detto. Ma posso permettermi di vivere anche senza un grande
progetto».
La Repubblica 21-09-2010

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