Amore odio della Cina per il dollaro
Se la Cina vuole sfuggire alla tirannia del terribile dollaro, la smetta di comprarne
«L'attuale sistema valutario internazionale è il prodotto del passato». Così
ha detto il presidente cinese Hu Jintao alla vigilia della visita a Washington
della scorsa settimana, mettendo in discussione il ruolo del dollaro nel
sistema globale. E ha aggiunto: «La politica monetaria degli Stati Uniti ha un
grosso impatto sulla liquidità globale e sui flussi di capitale, e pertanto la
liquidità del dollaro dev'essere mantenuta a un livello stabile e ragionevole».
Hu ha ragione su entrambi i punti. Nelle sue critiche alle politiche monetarie
e di bilancio degli Stati Uniti, e in particolare alla politica di
"espansione quantitativa" della Federal Reserve, il presidente cinese
segue un sentiero già tracciato.
Negli anni 60, Valéry Giscard d'Estaing, all'epoca ministro delle Finanze
del governo francese, si lamentava dell'«esorbitante privilegio» del dollaro.
John Connally, segretario al Tesoro nell'amministrazione Nixon, rispondeva
definendo il dollaro «la nostra valuta, ma il vostro problema». I francesi, e
ora i cinesi, desiderano stabilità nei tassi di cambio, ma vedono come il fumo
negli occhi l'inevitabile risultato: un impegno illimitato a comprare tanti
dollari quanti gli americani ne stampano. Entrambi vogliono porre dei limiti
alle politiche Usa. Entrambi fino a questo momento hanno fallito nell'intento.
Dobbiamo aspettarci un esito diverso, questa volta? No.
I cinesi e altri grandi manipolatori del tasso di cambio hanno un modo molto
particolare di manifestare la loro sfiducia nei confronti del dollaro. Tra il
gennaio del '99, subito dopo la crisi finanziaria asiatica, e l'ottobre del
2010, il totale delle riserve in valuta estera a livello mondiale è cresciuto
fino a raggiungere la sbalorditiva cifra di 7.450 miliardi di dollari. La Cina da sola ha aggiunto
2.616 miliardi di dollari al totale. Durante la recente crisi finanziaria, le
riserve globali hanno consentito a chi le deteneva di ammortizzare gli effetti
negativi, assottigliandosi di soli 473 miliardi di dollari tra il luglio del
2008 e il febbraio del 2009 (6% dello stock iniziale).
Ma poi hanno ricominciato a crescere: tra il febbraio del 2009 e l'ottobre del
2010 sono aumentate di altri 2.004 miliardi. Il dollaro non è l'unica valuta di
riserva, ma rimane la più importante. Nel terzo trimestre del 2010 si conosceva
l'allocazione solo del 56% delle riserve globali. Di questo 56%, il 61% era in
dollari e il 27% in euro. La Cina
non rivela la composizione delle sue riserve, ma sicuramente anche lì i
biglietti verdi giocano un ruolo preponderante.
Perché
paesi relativamente poveri hanno investito in modo così sproporzionato nei
titoli di stato a basso rendimento dei paesi più ricchi del mondo, e
soprattutto degli Stati Uniti? Perché in particolare la Cina ha acquistato grandi
quantità di titoli di debito emessi da un paese delle cui politiche diffida
(più di 2.000 dollari per ogni cinese e circa il 50% del Pil)?
La risposta è che questa situazione è il sottoprodotto degli sforzi per
mantenere il valore della moneta basso e le esportazioni competitive. Non è
più, se mai lo è stato, il prodotto di uno sforzo per comprarsi una polizza
assicurativa: i rischi che queste riserve smisurate creano per il benessere
cinese sono senza dubbio maggiori di qualunque beneficio cautelativo. E
probabilmente lo stesso discorso vale per gli altri paesi che seguono una
politica analoga.
Esiste una riforma plausibile del sistema monetario internazionale che possa
risolvere il dilemma cinese? Se ad esempio il mondo reintroducesse il gold
standard, come qualcuno consiglia, gli Usa assisterebbero a un deflusso di oro
e sarebbero costretti a compensare con una deflazione. La Cina forse preferirebbe
questo scenario, anche se penalizzerebbe il suo export. Ma dichiarare questo
esito equivale a spiegare perché è impossibile che avvenga. Dalla Prima guerra
mondiale in poi, nessun paese importante ha tollerato un aggiustamento esterno
di questo tipo. Gli Stati Uniti non sono l'Estonia.
Qualcuno, tra cui anche esponenti del governo di Pechino, parla di passare ai
Dsp (diritti speciali di prelievo) come valuta di riserva. Ma i Dsp sono
semplicemente un paniere delle principali valute. Qualunque paese detentore di
riserve può mettere le mani su quel paniere già oggi. I Dsp non sono una valuta
e non possono sostituire le valute che li compongono. Nel prossimo futuro il
regime valutario mondiale dipenderà da valute nazionali a corso forzoso.
L'emissione di Dsp può integrare, ma non sostituire. I cinesi non sembrano
pensarla diversamente.
Perché non trasformare lo stesso yuan in una valuta di riserva? Sul lunghissimo
periodo succederà, inevitabilmente. Ma imboccare repentinamente questa strada
presenterebbe due difficoltà per la
Cina. La prima è che una misura del genere avrebbe senso solo
disancorando lo yuan dal dollaro, e in questo caso crollerebbe tutta la
strategia mercantilista seguita da Pechino. La seconda è che una valuta, per
diventare mondiale, dev'essere liberamente convertibile e scambiata su mercati
finanziari complessi e liquidi. La
Cina dovrebbe abbandonare la sua politica di controlli
valutari e liberalizzare il suo sistema finanziario. Diventerebbe impossibile
costringere i cittadini cinesi a detenere grandi quantità di depositi bancari a
basso rendimento. E soprattutto le autorità perderebbero la loro maggiore fonte
di controllo dell'economia, il sistema bancario. Uno scenario del genere è
praticamente inconcepibile sul breve termine.
Il punto fondamentale, tuttavia, è che la Cina non può perseguire la sua strategia mercantilista
e al contempo evitare di accumulare titoli di stato in dollari dal valore
incerto sul lungo periodo. È il "dilemma di Triffin", così chiamato
dall'economista belga Robert Triffin che fece notare, negli anni 60, che in un
sistema di cambi fissi il fornitore di riserve finirà per accumulare un deficit
nella bilancia dei pagamenti di fondo (prima del finanziamento monetario). E
questo deficit mette a rischio la stabilità del sistema, come dice Hu Jintao.
La soluzione per la Cina
è smettere di comprare dollari a questi ritmi e consentire allo yuan di
apprezzarsi più rapidamente. Una politica del genere creerebbe senza dubbio
problemi d'aggiustamento. Ma questi aggiustamenti sono nell'interesse della
Cina, che altrimenti finirà per accumulare ancora più riserve, distorcendo
sempre di più il suo sistema finanziario e rischiando perfino di perdere il
controllo della moneta. In questo momento, con timori d'inflazione alle porte,
consentire un aggiustamento verso l'alto molto più rapido dello yuan è altamente
raccomandabile.
In un discorso tenuto prima della visita di Hu Jintao, Tim Geithner, il
segretario al Tesoro dell'amministrazione Obama, ha osservato che «dal giugno
del 2010, quando le autorità cinesi hanno annunciato la loro intenzione di
riprendere la marcia verso un tasso di cambio più flessibile, lo yuan si è
apprezzato solo del 3% circa rispetto al dollaro. In termini nominali equivale
a un ritmo di circa il 6% annuo, ma è molto più veloce in termini reali perché
in Cina l'inflazione è molto più alta che negli Usa. Noi riteniamo che sia
nell'interesse della Cina consentire una rivalutazione più rapida della valuta
in risposta alle forze di mercato. E siamo convinti che la Cina lo farà, perché
l'alternativa sarebbe troppo onerosa, per la Cina e per le relazioni della Cina con il resto
del mondo».
L'analisi di Geithner è senz'altro corretta. Ma i dati sembrano indicare che il
governo di Pechino rimane determinato a procedere molto lentamente. È un
errore. Il mio consiglio a Hu Jintao è semplice: se la Cina vuole sfuggire alla
tirannia del terribile dollaro, la smetta di comprare. Per favore.
(Traduzione di Fabio Galimberti)
© Financial Times
http://www.ilsole24ore.com 26 gennaio 2011

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