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Ammazzare le donne: il contesto antropologico e la cultura della violenza di genere

In Italia il delitto d’onore (che legalizzava l’omicidio per ragioni morali) è stato dichiarato fuori legge poco più di trent’anni fa. Ma i cambiamenti culturali sono molto lenti, specie se non supportati da un’adeguata formazione ad ogni livello.

In Italia il delitto d’onore (che legalizzava l’omicidio per ragioni morali) è stato dichiarato fuori legge poco più di trent’anni fa. Ma i cambiamenti culturali sono molto lenti, specie se non supportati da un’adeguata formazione ad ogni livello.

 

L’accettazione del femminicidio parte da un contesto culturale che autorizza il maschio a considerare di sua proprietà la femmina nel momento in cui ha consumato un rapporto sessuale con lei (“possedere”). Tanto è vero che in 7 omicidi su 10, la vittima è una donna; in 8 casi su 10, l’omicida è un uomo. Ma il peggio è che la maggior parte dei femminicidi avvengono in famiglia, e l’assassino di solito è il partner, o l’ex partner che rifiuta di essere lasciato.

 

Ma anche nel caso in cui il movente non sia passionale, ma provenga da crisi familiari non risolte e quindi da lunghe situazioni di litigi, sono le donne comunque che vengono ammazzate in proporzioni di molto superiori agli uomini: nel 2001, per esempio, le suocere ammazzate, rispetto ai suoceri, stanno in rapporto di 3 a 1; le madri, rispetto ai padri, sono 23 contro 9; e le figlie, rispetto ai figli, di 15 a 12. L’intolleranza maschile si scarica comunque verso consanguinee o parenti acquisite ma femmine, e, nella stragrande maggioranza dei casi (anche quando l’omicidio ricade sotto la categoria “passionale”) l’assassinio è premeditato.

 

La famiglia è tornata ad essere un ambito privato, in cui i problemi devono essere risolti dall’interno e in cui non bisogna impicciarsi. Il femminicidio è solo la punta di un iceberg che parla di una serie infinita di violenze che la donna subisce senza fiatare e che culminano nella sua eliminazione.

 

La famiglia è la situazione più a rischio per violenza e femminicidio. Nel 2002 gli omicidi maturati all’interno dei “rapporti di prossimità” prendono il sopravvento su quelli malavitosi. E il fenomeno è in aumento.

 

Da quando il movimento femminista ha smesso di esistere, di certi temi non si è più parlato, in quanto sembravano risolti. Invece, la conquiste civili che vanno contro una cultura acquisita devono essere continuamente riconfermate per un periodo di tempo lungo tanto quanto ci hanno impiegato ad affermarsi. Se non sono sostenute dallo stato, svaniscono in poco tempo specie nelle fasce deboli.

 

Tanto è vero che la maggior parte dei femminicidi in Italia avvengono nel Nord, in regioni nelle quali le donne, più che in altri ambiti, hanno acquisito indipendenza professionale ed economica, e quindi sono meno disposte a “mandar giù”.

 

Ciò che stupisce per quanto riguarda la violenza sulle donne è che rimane quasi sempre non punita; non solo: rispetto ad un fenomeno che coinvolge sicuramente decine di migliaia di persone ogni anno, i media ne danno un rilievo neanche lontanamente paragonabile ad altri fatti criminali. Basti pensare per esempio a eventi criminosi molto meno diffusi e gravi: le rapine in villa, i cui colpevoli vengono fatti oggetto di una vera e propria caccia all’uomo e additati al pubblico ludibrio quando i colpevoli di stupro in famiglia (di solito il padre nell’80% dei casi) o di percosse vengono di solito assolti o condannati con la condizionale, e non sono fatti oggetto di nessuna pubblicità.

 

Ma le rapine in villa colpiscono ricchi e famosi, le violenze sulle donne (e sui bambini) avvengono in gran parte nei ceti più bassi, che costituiscono la gran parte della popolazione e che, alle strette, sanno nascondere meno il fatto criminoso.

 

Le bambine non sono abituate a difendersi: a scuola e in famiglia, i maschi sono considerati quelli più vivaci, a cui si possono perdonare errori dovuti a malagrazia e maleducazione. Da piccoli, i maschietti sono addestrati all’uso delle mani e del corpo per difendersi da padri e fratelli maggiori; non così per le bimbe, alle quali viene insegnato che sono loro i più forti.

 

Passando dalla vittima all’assassino, si sa che coloro che sono stati oggetto di violenza da piccoli (una gran parte dei maschi, visto che fino a poco tempo fa e in certi ceti sociali l’uso della violenza sui bambini era largamente tollerato) saranno inclini ad usare gli stessi metodi per risolvere le crisi. Se poi hanno visto il padre usare violenza alla moglie e alle sorelle, penseranno che questi sistemi siano tollerati. Ma si può rompere questo circolo vizioso solo attraverso la disapprovazione sociale conseguente ad un cambiamento culturale profondo e alla formazione in qualunque ambito: cosa che appunto manca per precisa volontà politica, sociale, culturale.

 

Altra cosa che fa paura è che una gran parte dei femminicidi sono commessi da uomini che in qualche modo dovrebbero difendere la legge: esponenti delle forze dell’ordine, militari, guardie giurate che sono in possesso legale di un’arma da fuoco (43% degli uxoricidi è avviene per mezzo di un’arma da fuoco), e che la usano per ammazzare la partner quando questa decide di andarsene. Spesso questi sedicenti “uomini difensori della legalità” ammazzano anche i figli, o parenti della moglie che hanno deciso di appoggiarla nella sua traiettoria di uscita.

 

In famiglia le madri insegnano alle figlie a “capire” e gran parte delle denunce per violenza vengono ritirate per mantenere “l’integrità della famiglia”. Anche perché fuori dalla famiglia (quella di origine e quella costruita, entrambe ostacolanti il progetto di uscita della donna in difficoltà) si è completamente sole.

 

In presenza di un femminicidio, la reazione sociale pone l’accento sul raptus occasionale, tacendo o evitando di indagare sulla lunga serie di violenze taciute che hanno portato all’atto estremo. Nei casi in cui l’assassino provenga da classi sociali agiate, si esalta la sua vita condotta interamente “al lavoro per la famiglia”, anche quando la presenza di violenze è palese e conosciuta nel contesto sociale di riferimento.

 

D’altra parte, normalmente lo Stato tollera la violenza su donne e minori specialmente nel caso in cui appartengono a gruppi considerati potenzialmente portatori di conflittualità sociale: ceti bassi e marginali, minoranze etniche, immigrati. Basti constatare il caso dell’infibulazione (fuori legge solo da pochi anni), dei matrimoni imposti, ma anche del lavoro minorile per quanto riguarda i minori; dell’avvio alla prostituzione, e della stessa violenza familiare per quanto riguarda le donne.

 

Il caso del femminicidio fra immigrati stranieri che provengono da ambiti culturali in cui le donne sono pubblicamente, legalmente e socialmente considerate inferiori e di proprietà dell’uomo, custodi dell’onore di famiglia e passibili di omicidio tollerato per motivi religiosi o culturali (paesi islamici, Albania….), è eclatante: sarebbe auspicabile fare formazione ad esempio nel momento in cui si insegna loro la lingua, o imporre loro lezioni di “educazione civica” per poter ottenere il libretto di lavoro. Ma ciò solleverebbe un problema molto più ampio, in quanto certi programmi andrebbero imposti anche nelle scuole italiane di ogni ordine e grado, vista la vastità e la gravità di quello che ancora non si riesce a definire “fenomeno criminoso”.

 

La violenza subita deve essere considerata come un delitto classista anche perché le donne si trovano, a tutt’oggi, in condizioni di inferiorità economica rispetto agli uomini. Inferiorità che continua ad accrescere rispetto a vent’anni fa, perché cresce la precarizzazione del lavoro, e la componente femminile è la più precaria di tutte. Non solo: la mentalità comune, e soprattutto quella dei datori di lavoro, oggi più che mai, si basa sulla cultura del familismo: rifiuta di considerare la donna un soggetto autonomo che da uno stipendio ha il diritto di ricavare il necessario per sostenersi completamente, e considera invece il suo compenso lavorativo come un “surplus” che va ad integrare la fonte di reddito principale (fornita da un maschio). Il fatto che le donne non possano andarsene di casa per una serie di fattori oggettivi: ciò che guadagnano non è sufficiente a mantenerle; le case popolari non vengono assegnate a donne sole; la famiglia di provenienza cerca di indurle ad accettare le “discussioni” e ad essere “elastiche”, le espone maggiormente al rischio di essere uccise in caso di crisi.

 

Quindi la possibilità di ottenere giustizia, sia legale che sociale, si rivela ancora una volta un privilegio di classe.

 

Non è possibile tentare una risposta che sia solo repressiva, anche perché i posti in galera sono limitati, e quelli per le donne nelle strutture protette ancora di più. Il femminicidio nasconde un fenomeno che coinvolge decine di miglia di persone: una vera e propria colpa di massa. La soluzione può essere soltanto culturale: imporre la formazione alle pari opportunità nelle scuole di ogni ordine e grado, obbligatoria e con voto. Un po’ come hanno fatto in Colombia per quanto riguarda l’educazione sessuale, materia obbligatoria di studio dall’asilo alle università, che, nel giro di una decina d’anni, ha fatto diminuire il tasso di nascita da percentuali da Terzo Mondo a numeri europei.

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