America terra desolata
Obama si trova a guidare un paese che è, da molti punti di vista, la terra desolata di T.S. Eliot: un cumulo di immagini infrante.
C’è allarme, da qualche tempo, su Obama e il suo
cambiamento. Aumentano gli scontenti, specie nella sua base. Crescono campagne
d’odio, in un partito repubblicano divenuto semi-fascista. Si moltiplicano le
accuse di scarsa fermezza, sveltezza. Il cambiamento promesso il giorno
dell’elezione, il 4 novembre 2008, ancora non si vede del tutto. Spesso pare
smentito: su sicurezza e libertà, il Presidente è sospettato di proseguire,
intimidito, alcuni costumi di Bush. Ciascuna di queste accuse ha una sua ragion
d’essere. Ma tutte sembrano come cieche, incapaci di vedere la profondità della
crisi americana e la tenace volontà con cui il Presidente l’affronta, non
schivando pericoli e ostacoli ma andando ogni volta lì dove le loro radici sono
più potenti, per studiarle e smontarle. Quel che i critici non vedono è al
tempo stesso la forza delle resistenze al cambiamento, i mali troppo antichi
per esser sveltamente sanati, e il mutamento già avvenuto del clima mondiale. È
come fossero impermeabili alla pedagogia della verità inaugurata da Obama sin
dal primo giorno: «La strada è lunga e ripida, disseminata di sconfitte e
inciampi. Non arriveremo alla meta in un anno, e forse neppure in quattro».
Obama si trova a guidare un paese che è, da molti punti di vista, la terra
desolata di T.S. Eliot: un cumulo di immagini infrante. È sempre ancora il
paese più inventivo, e «la sua influenza resterà molto grande rispetto alla
modestia della sua condotta», dice Kissinger. Ma la caduta, non solo economica,
è tangibile. La Cina
che diventa il primo creditore degli Stati Uniti, il dollaro che diffonde
instabilità perché riflette la crisi di una sola nazione pur restando moneta
mondiale, son segni di un equilibrio internazionale che si ricostruisce su basi
diverse - un po’ come in Europa prima del ’14 - con l'America che non è più
l’unica, la più sana, la più esemplare delle potenze. Le guerre di Bush contro
il terrore volgono al fallimento, non solo in Iraq da cui Obama s’è ritirato.
L’esitazione del Presidente sull’aumento di truppe in Afghanistan è segno di
serietà: l’appoggio al regime corrotto di Karzai ha avuto come risultato la
conquista talebana di oltre metà Afghanistan, e un’insurrezione antiamericana
ormai disgiunta da taleban e Al Qaeda. Senza Obama, Karzai non sarebbe stato
costretto a rifare le elezioni che aveva truccato.
Viene poi il disastro mentale, culturale: il disastro di un nazionalismo che ha
radici secolari, e più volte è divenuto malattia acuta, apocalittica
convinzione d'esser sempre nel bene trionfante. L’ideologia
messianico-affaristica di Bush non è che l’apice di un'onda lunga, che risale
alla seconda metà dell’800, e che vede nell’America una nazione eletta a
guidare il mondo, la lucente città sulla collina che redime e rieduca la terra
peccaminosa perché tale è il suo destino manifesto. Obama fa i conti anche con
questa tradizione, che ha avuto come epigono farsesco Bush jr. e s’è
impersonata in Wilson nel ’14-18,
in Reagan negli Anni 80. Anche qui non siamo che agli
inizi, e Obama ha cominciato l'opera con un’ambizione più grande ancora di quella
di Roosevelt, prima del ’39. Allora Washington rispose al collasso economico
con il protezionismo, l’isolazionismo. Obama affronta ambedue i collassi, e
proprio nel momento in cui cura il paese apre al mondo. Stabilisce un nesso fra
le due crisi - sul piano interno una democrazia parlamentare corrosa dalle
lobby e un potere esecutivo screditato da continue trasgressioni della legge e
della costituzione; sul piano esterno il tracollo del prestigio Usa - e con
atti e parole mostra di volerle combattere confutando certezze fin qui
incrollabili.
Prima certezza messa in questione: quella di esser nel giusto, sempre. Una
certezza smisuratamente dilatata dopo la guerra fredda. Sicure d’aver vinto
grazie alla loro egemonia culturale, economica, politica, tre amministrazioni
hanno dimenticato una verità elementare: è molto più facile per il vinto
imparare dalle sconfitte, che per il vincitore apprendere dalla vittoria.
Vincitrice, l’America ha smesso nell’89 di pensare, senza costruire il dopo.
Negli anni dello scontro con l’Urss era stata la guida del mondo libero. Caduta
l’Urss ha voluto divenire guida del mondo, quello libero e quello da liberare:
potenza che non tollera rivali, persuasa d'esser sempre, sola, nel giusto. I
neo-conservatori hanno perfino vagheggiato la replica dell’impero romano. Le
abitudini della guerra fredda, che avevano favorito la sconfitta
dell'avversario, son divenute vizi che frenano ogni capacità di capire il mondo
e ridisegnarlo. Anche qui, il clima è mutato e risultati si vedono: in Iran,
Iraq, nei discorsi sull’Islam, negli impegni su disarmo nucleare e clima, nel
taglio ad alcune spese militari.
Obama è figlio dei movimenti civili che infransero il mito nazionalista del
faro di libertà. È l’erede di chi lottò contro la guerra in Vietnam e l’odio
razziale. Anche per questo suscita repulsioni così violente, non per quello che
fa ma per quello che è e dice: sul rispetto dell’altro, del diverso. Per come
ha commentato, mercoledì, la legge contro i crimini fondati sull’orientamento sessuale.
Il tempo della delusione forse verrà, se deve. Ma in una battaglia appena
iniziata è insensato dar per scontata la disfatta, trasformare la speranza in
vizio, e decretare già ora che il Presidente non si libererà da quella che lo
storico Anders Stephanson chiama la «sovranità globale», la chimerica
predestinazione americana al bene (Destino manifesto, Feltrinelli 2004). Sino a
oggi, in fondo, l’America non aveva vissuto quel che l'Europa ha sperimentato
nel ’45: la scoperta inorridita di sé, della propria insolenza nazionalista, e
la svolta che rappresentò l'abbandono - tramite l’Europa unita - della
sovranità assoluta degli Stati. Anche se non ha davanti a sé città annientate,
l'America conosce un tracollo mentale non diverso.
Ma è un bivio difficile, perché antichi sono i mali, e lenta la cura. La
coalizione di interessi che blocca il cambiamento è portentosa. Perché non
continuare a spendere e arricchirsi come in passato, lasciando i deboli a
terra, visto che comunque resteremo i primi nel mondo e che non si vedono in
giro città rase al suolo? Questa la doppia presunzione, interna e mondiale, che
ha visto nascere una superpotenza solitaria con i piedi d'argilla, perché
dotata di un modello sociale che lascia più di 30 milioni di americani senza
protezione sanitaria. Resistono le lobby, le assicurazioni private, e quello
che Eisenhower chiamava il complesso militare-industriale. Per questo è già un
progresso grande: la riforma sanitaria è difficile, per quarant’anni è stata
impossibile, e tuttavia Obama la farà. Smettere le guerre e tornare al
multilateralismo è lento, eppure qualcosa già si muove.
Molto dipende da come son vissute in casa le mutazioni, e questo non vale solo
per l'America. Lo vediamo anche in Italia: i cambiamenti sono visti come
qualcosa che spetta ai governi, non al cittadino che dopo il voto si scopre
responsabile. Le società non sono traversate da grandi movimenti civili.
L'America di Johnson abolì la segregazione razziale perché spinto da una
corrente vasta che mai si scoraggiò. Obama non ha alle spalle simili movimenti
ma una società più inerte, atomizzata, capricciosa.
Anche l’Europa può molto. Può mostrare che il suo modello di sovranità
condivisa è la via. Anche per questo è un bene che la candidatura di Blair alla
presidenza stia tramontando. Non tanto perché ha partecipato alla guerra in
Iraq, ma perché l’Inghilterra è l’unica nazione importante, in Europa, che non
ha rinunciato al mito, menzognero ormai anche per gli Stati Uniti, della
sovranità assoluta. È un bene che Helmut Schmidt, il grande vecchio, abbia
detto il vero: sarebbe pericoloso se un antieuropeo, per di più carismatico,
diventasse il nostro portavoce in un’America che sta cambiando.
http://www.lastampa.it 1/11/2009

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