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Alberto Moravia: il privilegio della creatività

A vent'anni dalla morte dello scrittore

 

 

«Il suo mondo non è più il nostro». Sono passati vent’anni da che Alberto Moravia morì, il 26 settembre 1990, e il critico letterario Giulio Ferroni misura in questi termini la distanza da quel tempo. «Appare come una figura impallidita all’orizzonte», fotografa  Walter Pedullà, spiegando come «un grande maestro ora sembra dimenticato e rifiutato e, purtroppo, relegato nella sfera dell’indifferenza». Dedicando a Moravia l’intero numero dell’ultimo lunedì, il Foglio titola a tutta pagina sulla «nostalgia» per uno «scrittore dimenticato» e «un’epoca che sembra preistoria». E per sentire un po’ meno forte il dolore per un ritorno che non c’è e difficilmente potrà esserci, riempie cinque grandi pagine di citazioni, di lui e su di lui, scritte da chi l’ha conosciuto o gli ha voluto bene.

Se ne guadagna un ritratto molto intimo e sfaccettato, che poco o nulla concede alla retorica di certe ricorrenze e ben si confà a un personaggio schivo, che fu di primo piano nella letteratura europea novecentesca. «Magro, pallido, serio e diffidente»: sceglie questi quattro aggettivi per definirlo Mario Soldati, ricordando gli anni della loro primissima adolescenza al mare e la precocità con cui Moravia iniziava ad accostarsi a Dostoevskij. «La professoressa Cutica, direttrice del Crandon, molto bassa di statura, telefonò alla mamma per dire che Alberto andava male, che bisognava dargli qualche libro da leggere. La mamma rispose: “Guardi che io i libri glieli devo strappare di mano”», raccontò la sorella Adriana. Moravia leggeva, da ragazzino, fino a cinque libri a settimana, «mio fratello era sempre insofferente. Riempiva i margini del quaderno con facce, nasi teste, occhi», «a scuola non sopportava la disciplina»: ebbe solo la licenza ginnasiale, suo unico titolo di studio, ma che la sua vocazione fosse quella dello scrittore gli fu chiaro da subito: «Era stravagante e scontroso – raccontò sempre la sorella Adriana – e un’amica mia andò a chiedergli: ma tu da grande che farai? E lui subito: lo scrittore di romanzi!».

Aveva indovinato. Nel 1929, dopo una lunga gestazione, pubblicò a sue spese, facendosi prestare dal padre le 5.000 lire, Gli indifferenti: «Quando ebbi in mano la prima copia mi vennero le lacrime agli occhi» disse. Poi scrisse Agostino e La ciociara, molti racconti e ancora romanzi; fu molto premiato, collaborò dall’Italia e come corrispondente dall’estero per molti giornali; compose saggi e diventò un punto di riferimento nell’orizzonte culturale europeo. «Il suo rapporto giornaliero col lavoro non è mai cambiato – scrisse Alain Elkann –. Lui ha capito che un artista vive del suo lavoro e non del successo che ottiene. Se gli chiedi: come va il lavoro?, lui ti risponde: Picasso diceva che il lavoro deve andare sempre bene. Cita sempre una frase di Baudelaire: “Il talento è lavorare tutti i giorni».

«La malattia, il fascismo e la guerra sono state le tre principali e involontarie esperienze della mia vita - disse Moravia -. In particolare il fascismo e la guerra ebbero, tra i tanti effetti, quello di farmi disistimare la classe dirigente italiana che aveva voluto l’una e l’altra e farmi guardare con simpatia al mito proletario». Ma nonostante la tubercolosi ossea che lo costrinse a letto dai nove ai quattordici anni segnandolo profondamente, nonostante le brutture della guerra e la censura del regime fascista, Alberto Pincherle Moravia si considerò in ogni momento un privilegiato, uno di quelli, cioè, «che sia nel senso creativo, sia nel senso conoscitivo hanno a che fare con l’arte». «Dico questo – spiegò – perché, nonostante una lunga vita piena di difficoltà di tutti i generi, alla fine mi considero un privilegiato per il fatto di essere un artista».

http://www.ffwebmagazine.it  26 settembre 2010

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