Acqua alla gola, coscienze sporche
Salvare l’Italia. Non solo da una cricca inetta o da una crisi economica, ma anche, con altrettanta urgenza, da piogge e da maree.
Ci sono momenti in cui la realtà
costringe a prendere alla lettera le metafore,
spesso con effetti assai spiacevoli. Mettere con le spalle al muro un
avversario in una discussione, dceva Karl Kraus, può finire prima o dopo per
portarlo al muro di un’esecuzione.
La natura — che la specie umana
ritiene di aver domata, dimenticando di farne parte anch’essa né più né meno
degli animali, delle piante o dei venti—è divenuta, per la nostra cultura
soprattutto un serbatoio di metafore : si parla di un terremoto politico, del
tramonto di un leader, di un Paese con
l’acqua alla gola, senza sospettare che quelle immagini possano diventare
realtà concreta. La catastrofe in Liguria ha tragicamente restituito alle
parole il loro significato brutalmente primario e letterale; l’acqua alla gola è salita ancora più in alto
e ha ucciso alcune persone.
Non ho la minima competenza per capire se e in che misura il disastro possa
essere o no attribuito anche a scarse misure
preventive, insufficienti controlli, permessi edilizi accordati
irresponsabilmente, incurie di vario genere.
L’impressione - anch’essa superficiale, dì seconda mano - è che, nel complesso, la Protezione civile e le
autorità, forse carenti nella comunicazione, abbiano agito con prontezza ed
energia.
Negli ultimi tempi i disastri cosiddetti
naturali, in Italia e nel mondo, sono stati piuttosto frequenti e sono
stati ogni volta accolti non solo con comprensibile sorpresa, ma anche con lo stupore che simili
eventi possano accadere oggi, nell’era in cui la scienza e la tecnica sono in grado di modificare le specie e la
riproduzione, di abolire le distanze spaziali
e temporali della comunicazione e forse di creare la vita in
laboratorio.
Ci si stupisce che
piogge, temporali e maree possano metterci, almeno temporaneamente in ginocchio
più delle crisi politiche quasi fossimo ancora al tempo dei nonni o bisnonni.
Riluttiamo a credere che il Paese debba essere salvato non solo dalla crisi
economica e dal collasso politico
ma anche dalle maree, dagli smottamenti dalle alluvioni, dai fiumi in piena.
Certo, la nostra cultura è anche ossessionata dalla consapevolezza dei danni
arrecati all’ambiente dallo sviluppo tecnologico. Fioriscono dovunque movimenti
ecologisti e partiti verdi che denunciano
giustamente l’inquinamento, l’aumento di gas tossici, le scorie nucleari , il
surriscaldamento e tanti altri mali. Ma sono movimenti che, pure facendo rumore
e occupando i media, non riescono a diventare comune buon senso e mentalità del
cittadino medio, che alla fine determina l’azione pubblica più dell’attivista
militante.
In molti sacrosanti critici dello stupro dell’ambiente vi è inoltre una
distorta, misticheggiante fede nella Natura, con l’iniziale maiuscola, identificata
soltanto con alcune delle sue manifestazioni, nel falso presupposto che l’uomo
e l’attività umana non ne facciano parte anch’essi. Goethe, amante della natura
come forse nessun altro, sapeva che tutto è natura; anche ciò che sembra
contraddire il suo volto per noi abituale, anche ciò che ci sembra alieno. Una
creatura per noi mostruosa degli abissi marini o un bacillo per noi mortale non
sono meno «naturali» del nostro amato cane e di noi stessi. Escludere
l’attività umana dalla natura è stupido e impossibile; il vino non è meno
naturale perché non si fa da solo bensì con l’intervento dell’uomo, come i nidi
si fanno con l’intervento degli uccelli. I gas tossici sono costituiti da
sostanze che fanno parte della terra e le distese ghiacciate di Plutone non
sono meno «naturali» dei colli toscani. Semplicemente i gas tossici, come i
naturalissimi funghi velenosi sono letali per l’uomo, il quale invece sembra
stia facendo di tutto per rovinare non «la Natura» bensì quell’equilibrio naturale
necessario alla sua vita, alla sua sopravvivenza e al suo benessere elementare.
Inoltre, se c’è talora un irrazionale fondamentalismo verde giulivamente nemico
del progresso, c’è pure un irrazionale fondamentalismo di alcuni scienziati,
credenti in un progresso illimitato e luminoso, del quale non si chiedono il
senso, e convinti che, quando una cosa è tecnicamente possibile, sia anche sempre
lecito e doveroso farla.
Progresso significa migliorare il rapporto con il mondo che ci circonda e
dunque con noi stessi. Tutto è natura, come il mare in cui possiamo nuotare o
affogare e che possiamo anche attraversare con una vela o con un motore. L’inondazione
della strada in cui annegano persone dipende dalla pioggia e dal fiume come
dalle case costruite troppo vicino al fiume o dai materiali inadatti con cui
sono costruite quelle case, dalle scorie gettate in quel fiume e dal sistema
politico e socia1e che permette e anche produce lo scempio di quelle scorie e
del loro scolo nel fiume.
Dalla fine della guerra non è mai stata così forte la sensazione di dover
salvare l’Italia. Non solo da una cricca inetta o da una crisi economica, ma
anche, con altrettanta urgenza, da piogge e da maree, la cui assopita potenza
distruttiva ogni tanto esplode. Immersi, volenti o nolenti, nella realtà del
nostro Paese come nella natura, assomigliamo al barone di Munchhausen
risucchiato dalle sabbie mobili e non ci resta che cercare di venirne fuori
tirandoci su, come lui, per il nostro codino. Un fiume inquinato e in piena può
sommergerci, ma siamo noi quel fiume.
http://www.corriere.it 07/11/2011

Precedente: Quei finti Robin Hood

