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«L’origine delle specie»? Emozionante come un albo di Tex

L’opera è un «lungo ragionamento» che, fra ipotesi e audaci domande, si addentra nel labirinto del mistero dei misteri

Se il celebre resoconto della sua avventura «sulla regia nave Beagle» era davvero Il viaggio di un naturalista intorno al mondo, quel capolavo­ro scientifico che è L’origine delle specie è la storia di un viaggio nei labirinti della spiegazione di quel­lo che all’epoca era «il mistero dei misteri»: perché tante forme vi­venti «bellissime e meravigliose» presentano analogie che risultano inspiegabili, se si crede che ogni specie animale o vegetale sia usci­ta così com’è, una volta per tutte, dalla volontà del Creatore? Del re­sto, la migliore definizione del­l’Origine delle specie l’ha data Darwin stesso: «un lungo ragiona­mento » che affianca a ipotesi au­daci domande e obiezioni. Spesso sembra di ascoltare Darwin in per­sona che rimugina tra sé e sé, dub­bioso e perplesso. Questo è l’aspetto dell’Origine che mi ha maggiormente colpito fin dalla prima lettura: era l’edizione italia­na presentata dal grande biologo Giuseppe Montalenti e pubblicata nella «Universale scientifica» Bo­ringhieri (1967).
Avevo recuperato in un cinefo­rum il film di Stanley Kramer, de­dicato al «processo delle scim­mie » (1925) in cui era incappato un insegnante di una cittadina del Sud degli Stati Uniti per aver dichiarato ai suoi allievi che l’uo­mo è parente prossimo degli scimpanzé più che degli angeli. Il titolo della versione italiana era E l’uomo creò Satana, mentre l’ori­ginale alludeva alla Bibbia: Eredi­ta il vento (1960). La crosta terre­stre «è un grande museo» di re­perti fossili, ma le sue collezioni sono «terribilmente incomple­te »: perché mai, se le specie non sono fisse, ma derivano da altre attraverso impercettibili gradazio­ni, non disponiamo di tutte le for­me intermedie? E se la natura sot­topone a «severo scrutinio» le va­riazioni del vivente, perché mai tale selezione naturale «produce da una parte un organo di impor­tanza trascurabile come una coda di una giraffa che serve per scac­ciare le mosche e dall’altra un or­gano così meraviglioso come l’oc­chio umano?».

Le trappole che av­vocati maligni tendono all’impu­tato nel corso del processo non erano diverse da quelle che, con grande onestà intellettuale, Darwin esponeva come «difficol­tà della propria teoria».
A quel punto non mi interessa­va più se l’imputato se la fosse ca­vata con i suoi inquisitori, ma co­me Darwin fosse riuscito a tra­mutare le pretese confutazioni in vittorie della sua concezione. Era una vicenda affascinante almeno quanto qualsiasi bel racconto d’avventure. Aspettavo la conclu­sione con la stessa impazienza con cui di mese in mese attende­vo... la nuova puntata di Tex! Darwin aveva compreso che «il tempo profondo» del nostro Glo­bo giustificava le lacune nelle te­stimonianze fossili.

E l’occhio? «Quando per la prima volta fu detto che la Terra gira intorno al Sole, il senso comune del genere umano dichiarò che la dottrina era falsa; ma il vecchio detto Vox populi vox Dei, come ogni filoso­fo sa, non vale nella scienza. La ragione mi dice che se si può di­mostrare l’esistenza di numerose gradazioni da un occhio sempli­ce e imperfetto a uno complesso e perfetto, tutte utili alla soprav­vivenza ed ereditabili da una ge­nerazione all’altra, la cosa non è più una smentita della nostra teo­ria, anche se pare insuperabile per la nostra immaginazione».

Ma proprio questo vuol dire libe­rarsi dai pregiudizi: se non se ne è capaci davvero «eredita il ven­to»!

 È un’arte di cui Darwin si ri­vela, nell’Origine, grande mae­stro; ma lui con modestia avreb­be detto: «È la mia natura, non posso fare altrimenti». Sembra quasi Lutero alla Dieta di Worms, quando sfidò insieme Papato e Impero. Darwin, invece, si era li­mitato a contrastare l’ortodossia dominante entro la stessa comu­nità scientifica, cambiando così la nostra concezione del posto dell’uomo nella natura.

 

http://www.corriere.it - 3.6.09

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