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«Il totalitarismo può sempre tornare. Anche in Occidente»

La pensatrice che ha visto il nazismo e lo stalinismo da Mantova ricorda che il pericolo resta.

 



È una testimone speciale del ‘900, quella che il Festivaletteratura di Mantova permette di incontrare, nelle sue giornate conclusive. Ebrea-ungherese, nata nel 1929, Agnes Heller è scampata alla Shoah e ha sperimentato sulla sua pelle lo stalinismo.

 

Alla luce della sua esperienza concreta, signora Heller, ma anche della sua riflessione filosofica, quali sono analogie e differenze tra i due totalitarismi?
«Tutti i totalitarismi hanno una caratteristica specifica, una specie di bussola ideologica per distinguere ciò che è permesso e ciò che è fuorilegge. In comune nazismo e stalinismo avevano un partito totalitario e un leader che stabiliva cos'era lecito e cos'era vietato. La differenza era nel contenuto: per il nazismo erano gli ebrei il nemico da sterminare, per Stalin, che pure coltivava elementi antisemiti, il nemico pubblico numero 1 invece era quello di classe e, accanto, i trotzkisti. Il nazismo concedeva la proprietà privata ma impediva rapporti sessuali tra razze diverse, nell'Unione Sovietica al contrario potevi fare sesso con chiunque ma la proprietà privata era fuori legge. L'ideologia ti dice che esistono legalità e ciò che è fuori legge, poi a decidere cos’è il partito. Per stare all'oggi, in Iran l'opera lirica è vietata perché le donne che cantano sono considerate un pericolo, mentre con Stalin l'opera era permessa».

 

Oggi è il fondamentalismo islamico la culla del nuovo totalitarismo?

«Sì, però parlerei piuttosto di islamismo che ha ben poco a che vedere con l'Islam, così come Stalin con Marx e Hitler con Nietzsche. I dittatori si appoggiano ai testi per trarne ideologia».


Ma l'Occidente può considerarsi vaccinato da questa malattia mortale?

«Per ora, sì. Ma il rischio potrebbe tornare in un futuro prossimo. È molto pericoloso pensare che abbia vinto la democrazia liberale e che siamo alla fine della storia. Perché il totalitarismo è moderno quanto la democrazia liberale».


Crede che nel berlusconismo ce ne sia un germe?

«In realtà in Italia neppure con il fascismo di Mussolini avete fatto esperienza di un totalitarismo 'totale'.  C'era un re, c'era la Chiesa. Non c'era un solo potere assoluto. Franco, in Spagna, era più totalitario, non concepiva contropoteri neppure piccoli, neppure deboli. Mussolini diventò così alla fine della sua parabola con la Repubblica Sociale. Ora, se un presidente è eletto, com'è da voi Berlusconi, non si può parlare di potere totalitario. A meno che una volta eletto non annulli le istituzioni stesse che l'hanno portato al potere....»


È ciò che il nostro presidente del Consiglio purtroppo ripete di desiderare...

«Hitler fu eletto democraticamente, ma poi dichiarò fuori legge gli altri partiti e così si trasformò in un dittatore. In Russia c'era un'Assemblea costituente e quando Lenin la sciolse l'Urss si trasformò in stato totalitario».


A 21 anni dal crollo del Muro molti cittadini dell'ex-Est lamentano la perdita di una condizione coatta ma protetta: casa, scuola, salute, lavoro assicurati. Lei, cui l'Ungheria di Kadar aveva reso la vita e la ricerca intellettuale impossibile, se n'era andata una dozzina di anni prima, nel 1977, prima in Australia, poi a New York. Può dirci come visse l'espianto e il trapianto in Occidente a livello intimo, personale?

«L'esperienza più profonda fu quella della libertà. Ero libera di andare alla posta e imbucare un manoscritto, libera di prendere un aereo. Mi sentivo più vicina a Vienna, la nostra porta sull'Occidente, dall'Australia che da Budapest. Perché a Budapest per andarci avrei dovuto aspettare un visto che non mi avrebbero mai concesso. L'Australia ha costituito la mia prima esperienza di democrazia liberale. Nel nostro dipartimento, all'università, potevamo discutere e organizzarci, darci le nostre regole e creare la nostra comunità. Ma il fatto è che in Australia c'era allora anche una società molto egualitaria, con una tassazione assai alta e sindacati forti. Il salario di un professore ordinario, pagate le tasse, non era perciò tanto più elevato di quello di un semplice associato. C'era molto egualitarismo, dunque non c'era spazio per il rampantismo. Che senso aveva sgomitare per guadagnare 120 dollari in più al mese? L'Australia di allora assomigliava molto alla Svezia di oggi. Ora so che le cose sono cambiate, ma non vivo più lì».


A due decenni dalla fine del socialismo reale, nel pieno della crisi creata dal “turbocapitalismo”, si riparla di Marx. È il caso di riprendere in mano la sua cassetta degli attrezzi?
«Il problema non mi sembra sia nel capitalismo in sé. Che non è il diavolo che si dipinge. Il problema è la redistribuzione. Se alla distribuzione del mercato non si affianca la redistribuzione dello Stato, il capitalismo diventa selvaggio. Se l'intervento pubblico è eccessivo, però, c'è il rischio di stagnazione. È un pendolo. Ma mi chiedo, so che il capitalismo non è un bene, ma vedo di meglio? Non mi sembra ci sia alternativa. Quanto a Marx, ne ha descritto bene le tendenze: l'accentramento, a capitalizzazione dell'agricoltura, la globalizzazione. La sua previsione di un crollo del capitalismo però era sbagliata. E oggi in più c'è la nostra coscienza ecologica a spalancare un baratro teorico tra noi e lui: noi sappiamo che non può darsi un valore di utilizzo gratuito della natura, come lo concepiva lui».


Signora Heller, lei ha regalato al “dizionario europeo” in via di compilazione qui a Mantova la parola ungherese “panaszkodàs”, che significa lamentazione. È una garbata presa in giro del suo Paese?
«La cultura nazionale ungherese è basata sul lamento. Basta andare dal parrucchiere per accorgersene: lì c'è una prima signora che lamenta 'mio marito è terribile' e quella accanto 'no, il più tremendo è il mio'. Tutti sono malati, senza soldi, sul punto di morire di fame. Se incontri qualcuno per strada e gli chiedi 'come va?' ti risponderà 'sopravvivo'... È un gioco pericoloso: l'Ungheria registra nell'Unione europea il numero più alto di suicidi. A forza di lamentarsi, si finisce per crederci».

 

l’Unità 13.9.10

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