«Il Papa? Un insulto alla nostra intelligenza»
Intervista alla cantautrice irlandese
Dimenticatevi la giovanissima anima inquieta degli anni Ottanta, capelli rasati
e volto scavato da un’adolescenza turbolenta segnata dagli abusi, in famiglia e
in un collegio di suore. La
Sinéad O’Connor che stasera salirà sul palco dell’Arena del
mare, a Genova, è una prosperosa quarantatreenne mamma di quattro figli, in
testa un cespuglio castano che incornicia il viso florido. Una donna che lotta
ogni giorno coraggiosamente contro i suoi demoni, e che oggi non fa mistero di
mettere al primo posto «la famiglia, i miei bambini. Quando sei troppo
coinvolto nel “music business” è facile perdere di vista le cose importanti
della vita. Invece tutto ciò che faccio è scrivere canzoni e cantarle, come
altra gente esprime in modo diverso la propria arte».
La sua però è da sempre un’arte di
denuncia. Ad iniziare dallo scandalo dei preti pedofili. Nel 1992 strappò
l’immagine di Giovanni Paolo II davanti alle telecamere del Saturday Night
Live, farebbe lo stesso con la foto di Benedetto XVI?
«Resto convinta del fatto che il Papa sia un insulto alla nostra intelligenza. Io credo nei precetti del cristianesimo e nel potere dello Spirito santo, ma non mi pare che chi dovrebbe guidare la Chiesa faccia lo stesso. Se solo avessi convissuto per anni anche solo con il sospetto che qualcuno, nella mia comunità spirituale, compiva degli abusi, non ci avrei dormito la notte. Invece, per decenni nessuno ha detto nulla e gli abusi nelle parrocchie e nei collegi sono proseguiti nell’omertà più totale. Per questo Benedetto XVI dovrebbe dimettersi, o essere messo alla porta: non ha mai collaborato con la commissione d’inchiesta su quanto accadde ad esempio negli istituti religiosi irlandesi. E invece è ancora lì, come i responsabili delle violenze sui minori. Mentre il popolo d’Irlanda è stato oltraggiato dalla noncuranza del Vaticano».
Nel ‘92, il veicolo per lanciare la sua
personalissima lotta per «salvare Dio dalla religione» fu l’aggressiva «War» di
Bob Marley. Qual è il suo rapporto con lo spiritualissimo reggae del cantante
jamaicano?
«Quella canzone mi permise di combattere apertamente contro
le ingiustizie che mi balzavano agli occhi, di usare la mia arte e la mia
popolarità come strumento di denuncia. Alcuni musicisti di grande popolarità
fanno canzoni che non esprimono nulla. Ma come si può ignorare i problemi che
sono sotto gli occhi di tutti? Al di là di questo, però, ascolto qualunque tipo
di musica, dal reggae al pop (ho quattro bambini!) fino alla musica irlandese.
In certi momenti amo anche il silenzio».
Dopo l’incredibile boom economico degli anni Novanta, più di altri Paesi
europei l’Irlanda oggi è vittima di una violenta recessione economica. «Vivo
ancora a Dublino. E sotto i miei occhi, ogni giorno c’è gente che perde la
casa, famiglie vittime di un vero e proprio crack costrette a lasciare il Paese
in cerca di lavoro. Ma in realtà anche durante gli anni del boom c’erano grossi
problemi, guai che ora si sono aggravati come l’abuso di sostanze stupefacenti.
Ma l’intero mondo è un disastro, e per questo io continuo a lottare. Per la
paura di non essere più in grado, un giorno, di avere un tetto, cibo e vestiti
per la mia famiglia».
Nel 1989 annunciò
pubblicamente il suo supporto all’Irish repubblican army (IRA). Com’è cambiato
il suo approccio alla politica? E che ne pensa delle scuse pubbliche del nuovo
primo ministro britannico Cameron per i 14 morti nella «Bloody sunday» del
1972?
«Di recente una commissione d’inchiesta ha stabilito cosa accadde, e che le
persone assassinate erano innocenti che intendevano solo manifestare
pacificamente. E questo è l’importante, per l’opinione pubblica mondiale e
prima di tutto per i famigliari delle vittime e la gente della città dove
avvenne la strage, Derry».
Parlando ancora di musica, a quando il
prossimo lavoro?
«Sto registrando un nuovo album che dovrebbe uscire nei primi mesi del 2011. Un misto di tutti i generi musicali che ho composto dal primo disco The lion and the cobra. In certi momenti ho paura che non piacerà a nessuno. Ma poi vado avanti, e continuo a lottare con la mia voce».
di Giulia Gentile
l’Unità 8.7.10

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