A Gomorra la rivincita della giustizia
La Cassazione conferma 16 ergastoli
Sull'ultimo foglio riposto in cima ai faldoni degli
inquisiti che subiscono una condanna appare la seguente dicitura: Fine pena. E
dopo due punti, l'anno in cui verranno scarcerati. Per i boss storici dei
Casalesi, Francesco "Sandokan" Schiavone, Francesco Bidognetti ci
sarà scritto: fine pena mai. La camorra non è imbattibile. La Corte di Cassazione ha
confermato le condanne. Dopo 11 anni si è chiuso il più grande processo di
mafia, paragonabile solo al maxiprocesso di Palermo istruito da Falcone e
Borsellino negli anni '80. Per lo Stato italiano ora è definitivo: esiste il
clan dei Casalesi, esistono i loro affari i boss. È una vittoria. Tre gradi di
giudizio, la parola dei pentiti è confermata dalle indagini. Fino alla fine i
boss e i loro collegi difensivi hanno sperato che la Cassazione annullasse
il secondo grado, ma non è andata così.
Quando è arrivata la notizia, è come se vent'anni mi fossero d'immediato
passati negli occhi. Nel corpo un'emozione strana, come di rabbia e di amaro
sollievo al contempo. Il pensiero va a coloro che quando parlavi di camorra
dicevano che esageravi. Agli imprenditori che hanno fatto affari con il clan.
Ai politici che hanno acquisito caratura nazionale grazie al potere e ai favori
del clan, ai giornalisti che flirtavano con le organizzazioni divenendone
portavoce. Il pensiero va a quando pronunciare la parola camorra era
impossibile, a quando nessuno voleva saperne della realtà mafiosa del
casertano. Ma il pensiero va anche a tutti coloro che hanno resistito. Il
pensiero va ai giudici che hanno lavorato contro i casalesi, dai pm Federico
Cafiero De Raho a Franco Roberti, da Lucio Di Pietro, Francesco Greco, Carlo
Visconti, Francesco Curcio e poi Raffaele Cantone, Raffaello Falcone, Antonello
Ardituro e Lello Magi.
Ma soprattutto il pensiero va a tutti i morti innocenti che sono caduti per
mano casalese. Non riesco a non pensare a don Peppe Diana ammazzato per essersi
messo contro i clan per aver detto e scritto "per amore del mio popolo non
tacerò". A Salvatore Nuvoletta, carabiniere ucciso per vendicare morte del
nipote di Sandokan. A Federico Del Prete, ucciso per aver fondato un sindacato
contro i clan. Ad Antonio Cangiano sparato alla spina dorsale perché si era
opposto da vice sindaco a dare un appalto senza gara regolare. A tutti i morti
per cancro, uccisi dai rifiuti tossici sotterrati nelle terre, nelle cave, tra
le bufale e le coltivazioni di mele. Una storia lunga. Che i clan avevano
mantenuto al buio, solo pochi coraggiosi cronisti locali in grado di raccontare
e poi una enorme indifferenza. Il primo grado si era chiuso senza nemmeno un
cenno sui giornali nazionali.
Questo processo riguarda vicende che vanno dalla morte del capo dei capi
Antonio Bardellino sino al 1996. E ci sono voluti dieci anni quasi per
accertare quei fatti, e per chiudere il primo grado di questo processo. Nel
2005 un processo con circa 1300 inquisiti avviata dalla Direzione distrettuale
antimafia nel 1993, partendo dalle dichiarazioni di Carmine Schiavone. Un
processo durato seicentoventisei udienze complessive, 508 testimoni sentiti
oltre ai 24 collaboratori di giustizia, di cui 6 imputati. Acquisiti 90 faldoni
di atti. Una inchiesta-madre che durante questi anni ha generato decine di
processi paralleli: omicidi, appalti, droga, truffe allo Stato. Dopo quasi un
anno dal blitz del 1995, nacque Spartacus 2, Regi Lagni, ossia il recupero dei
canali borbonici che bonificarono nel diciottesimo secolo i territori casertani
dalle paludi ma che dall'epoca di Carlo III non ricevevano ristrutturazione
adeguata. Il recupero dei Regi Lagni fu per anni pilotato dai clan che
generarono per loro appalti miliardari inutilizzati per ristrutturare le
vecchie strutture borboniche ma a dislocare miliardi di lire negli anni '90
verso le loro imprese edili che sarebbero divenute vincenti in tutt'Italia gli
anni successivi.
Per la prima volta furono sequestrate come beni della camorra anche due società
di calcio: l'Albanova e il Casal di Principe. 21 gli ergastoli, oltre 750 anni
di galera inflitti. Persino le carte processuali da trasmettere ai giudici
d'appello, i 550 faldoni contenenti gli atti del procedimento nel novembre
2006, hanno avuto bisogno di un camion blindato e scortato dai carabinieri che
portò i documenti da Santa Maria Capua Vetere a Napoli. Tutto questo era
accaduto con una sostanziale indifferenza dei media nazionali ed
internazionali. Questo secondo grado non sarà così. I nomi dei boss, delle loro
aziende, i nomi dei loro delitti non passeranno solo sulla stampa locale, non
avranno solo vita d'inchiostro nei documenti processuali. Verranno conosciuti,
saranno resi noti.
Per chi viene dal casertano e ha sentito parlare di onore rivolti a questi
personaggi leggendo le carte del processo capirà che non hanno nulla di
onorevole, che sono in grado di non rispettare nessun patto. Antonio Bardellino
aveva cresciuto Sandokan e tutti gli altri capi dell'organizzazione e i suoi
delfini gli fingevano rispetto. Sandokan usò le spigolosità della diplomazia
camorristica per raggiungere il suo scopo che avrebbe potuto realizzasi solo
facendo scoppiare una guerra interna al sodalizio. Come racconta il pentito
Carmine Schiavone, i due boss pressarono Antonio Bardellino per farlo ritornare
in Italia e cercare di eliminare Mimì Iovine, fratello del boss Mario Iovine,
che aveva un mobilificio ed era formalmente estraneo alle dinamiche di camorra,
ma che secondo i due boss aveva per troppe volte svolto il ruolo di confidente
dei carabinieri. Per convincere il boss gli avevano raccontato che persino
Mario Iovine era disposto a sacrificare suo fratello pur di mantenere ben salto
il potere del clan. Bardellino si lasciò convincere e fece ammazzare Mimì
mentre stava andando a lavoro nel suo mobilificio. Immediatamente dopo
l'agguato, Sandokan e i suoi fecero pressione su Mario Iovine per eliminare
Bardellino dicendogli che aveva osato uccidere suo fratello per un pretesto,
soltanto per una voce. Un doppio gioco che sarebbe riuscito a mettere contro
Mario Iovine il più maturo tra i delfini del boss e il boss stesso, Antonio
Bardellino.
I casalesi iniziarono ad organizzarsi. Schiavone avrebbe dato l'appoggio totale
per l'eliminazione di ogni residuo bardelliniano. Erano tutti d'accordo i suoi
delfini per eliminare il capo dei capi, l'uomo che più di tutti in Campania
aveva creato un sistema di potere criminal-imprenditoriale. Il boss fu convinto
a spostarsi da Santo Domingo nella villa brasiliana, gli raccontarono la balla
che aveva l'Interpol alle costole. In Brasile lo andò a trovare Mario Iovine
con il pretesto di mettere a punto i loro affari circa l'impresa di
import-export di farina di pesce-coca. Un pomeriggio, Iovine non trovandosi più
nei calzoni la pistola, prese una mazzuola, sfondò il cranio di don Antonio e
seppellì il corpo in una buca scavata sulla spiaggia brasiliana. Il corpo però
non fu mai ritrovato. Eseguita l'operazione, il boss telefonò immediatamente a
Vincenzo De Falco per comunicare la notizia e dare inizio alla mattanza di
tutti i bardelliniani. Paride Salzillo nipote di don Antonio Bardellino, venne
invitato ad un summit tra tutti i dirigenti del cartello casalese.
Racconta sempre il pentito Carmine Schiavone che lo fecero sedere al tavolo e
poi d'improvviso Sandokan gi disse: "Guarda tuo zio è morto in Brasile e
mo' farai la stessa fine pure tu". Ammazzano persone solo perché hanno
relazioni con personaggi collegabili ai clan: come Liliano Diana che si era
fidanzato con una figlia di un boss, oppure Genovese Pagliuca che era fidanzato
con una ragazza di cui si era innamorata in modo saffico una amante di
Bidognetti. E hanno fatto vivere nel terrore questo territorio come in una
guerra civile. In una telefonata presente nelle carte processuali è scritto: "Poi
dicono che a Casale stanno facendo tutti le porte di ferro, pure le
botteghelle, le bancarelle, stanno tutti a fare le porte di ferro, dicono che
Pucci il fabbro ha fatto seicento milioni di ferro". In questi territori,
gran parte di coloro che sono vicini agli affari dei clan non lo dichiara
pubblicamente ma porta avanti la tesi che la camorra sono solo coloro che
sparano, solo il segmento militare.
Restano fuori dal carcere Michele Zagaria e Antonio Iovine. I due capi. Anche
loro condannati in via definitiva, ma ancora latitanti da oltre tredici anni.
E' Michele Zagaria il capo che con Sandokan, ora condannato definitivamente,
smetterà di essere vicerè e diventerà re, almeno fin quando resterà libero.
L'uomo del cemento. Il clan Zagaria infatti - secondo le accuse - è riuscito
persino a lavorare per il Patto Atlantico edificando la centrale radar posta
nei pressi del Lago Patria, punto fondamentale per le attività militari Nato
nel Mediterraneo. Michele Zagaria che non vuole sia sparso sangue nel suo paese
natale di Casapesenna, che ha pagato le feste patronali riuscendo a far venire
artisti di caratura nazionale, che gestisce il ciclo del cemento in molte zone
d'Italia- dall'Emilia Romagna all'Umbria sino alla Toscana- ha fatto consegnare
in galera in fratelli Pasquale, Carmine e Antonio. Hanno piccole pene da
scontare, tutte sotto i dieci anni e una solida strategia: una volta scontata
la pena comanderanno loro i Casalesi, facendo soprattutto affari legali e
internazionali. E se nel frattempo qualcuno ucciderà o penserà di ostacolare
Michele, i suoi fratelli in galera saranno la sua assicurazione sulla vita.
Appena gli accadrà qualcosa, hanno l'ordine di pentirsi riuscendo a far
immediatamente incarcerare i loro rivali.
Per evitare di essere beccato, Michele Zagaria non ha messo su famiglia, visto
che i capi che lo hanno preceduto sono stati arrestati usando il punto debole
di mogli e figli. Ha fatto la latitanza persino in una chiesa, un posto dove i
poliziotti non andrebbero mai a controllare. Lo Stato cerca Zagaria e Iovine (o
li dovrebbe cercare) da molto tempo. Eppure difficilmente i capi operativi
possono stare troppo lontano dal loro territorio. Zagaria e Iovine continuano a
vivere in una manciata di chilometri, nei loro paesi di non più di 20mila abitanti,
con una rete di appoggio che rende impossibile che vengano arrestati. Antonio
Iovine, detto o'Ninno per il suo viso da bambino e per essere divenuto capo già
da ragazzino, è l'altro reggente, legato a doppio filo a Sandokan. Quindi il
suo ruolo potrebbe essere messo in crisi dall'uscita degli Schiavone dal
vertice del clan. Il Ninno è potente sulla piazza di Roma, è stato proprietario
della discoteca più prestigiosa della capitale e inserito nel settore
dell'edilizia e del turismo. Il suo clan aveva escogitato uno strumento
infallibile per trasportare coca: usavano le macchine dei vigili urbani di San
Cipriano d'Aversa e i vigili stessi come corrieri.
Il ruolo dei reggenti latitanti è fondamentale per il nuovo asse cemento,
rifiuti, centri commerciali, investimenti all'estero e la loro libertà permette
al clan di dimostrare un'impunità continuativa per le nuove generazioni di
affiliati. La chiusura del processo è anche il successo autentico di quei
magistrati e quegli uomini della polizia, dei carabinieri, della guardia di
finanza che in uno dei territori più inquinati e infiltrati, sono riusciti a
non farsi corrompere. Che hanno creduto nel loro dovere e mestiere fosse
necessario in un contesto dove tutti sono amici di tutti, dove i parenti divengono
il vincolo per fare qualsiasi cosa, per avere carriere spianate o distrutte,
dove il sangue viene prima di ogni scelta e di ogni coscienza. Dove dalle
farmacie ai centri commerciali, dalle squadre di pallone ai giornali, dalle
cave ai ristoranti, la presenza dei clan è oppressiva. In situazioni simili,
fare bene il proprio mestiere è qualcosa che sa di resistenza, non solo di
deontologia.
Qui si va oltre le ore di lavoro, si sente che attraverso il proprio impegno si
gioca il destino di un paese. Non bisogna mai dimenticare che non si tratta
solo di imprenditori senza regole, furbi e di talento, ma soprattutto di uomini
feroci e spietati. Spesso pensano di ammazzare per niente, come racconta il
pentito Dario de Simone: "Walter Schiavone voleva ammazzare Zagaria perché
avrebbe detto che Walter non sa sparare" oppure Di Bona, altro pentito:
"Michele Zagaria con il kalashnikov aveva dato tanti di quei colpi alla
testa di De Falco che schizzavano in alto e fuori dal finestrino dall'abitacolo
della macchina pezzi del cuoio capelluto di De Falco".
Spartacus: un nome che non è stato scelto a caso ma si riferisce proprio a
Spartaco, il gladiatore tracio che nel 73 avanti Cristo insorse con un pugno di
uomini contro Roma, riuscendo, partendo dalla scuola gladiatoria di Capua, a
raccogliere nella sua insurrezione schiavi, liberti, gladiatori d'ogni parte
del meridione. Non era mai successo nella storia giudiziaria internazionale che
un processo avesse il nome di un ribelle gladiatore, di un uomo che sfidò quella
che nel mito del diritto mondiale è l'assoluta capitale e simbolo: Roma.
Spartacus è stato chiamato questo processo, con l'idea che il diritto potesse
liberare queste terre schiave del potere dei clan e dell'imprenditoria
criminale. Con il sogno che un processo potesse divenire la sollevazione legale
di un territorio laddove la vera insurrezione, la vera rivoluzione in questo
territorio è la possibilità di agire legalmente, senza sotterfugi, alleanze,
parenti, appalti truccati e aziende dopate dal mercato illegale. In questi
momenti viene voglia di parlare, a rischio di esser presi per matti, romantici,
o mistici, con chi è morto. Solo i morti, dice Platone, hanno visto la fine
della guerra. Ma noi, che morti non siamo, non ci daremo pace, convinti che sia
possibile combattere e sconfiggere l'economia criminale.
http://www.repubblica.it 16/1/2010

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