Strumenti personali
terremoto

Macerie dell'anima.

Un soccorritore nel terremoto dell'Umbria nel '97, rivive nel terremoto dell'Aquila, i fantasmi di chi, di colpo, si ritrova su un altro pianeta, sconosciuto.

Come molti ho visto la televisione questa sera, a piccole, piccolissime dosi ho cercato di tenermi informato. Due, tre minuti ogni tanto, evitando video, testimonianze, polemiche, solo gli aggiornamenti più essenziali. E’ come se volessi salvarmi dall’overdose di informazioni  di cui tra non molto, resterà solo un'immagine, un simbolo e tutto il resto,  dimenticato.
E’ ora di andare a letto. In camera, mia moglie dorme già, Federico è nel lettino di fianco a lei e Gabri nella sua cameretta. Gli ho detto che il terremoto ha rotto qualche casa ma poi l’aggiustano. Il letto è morbido e tiepido ma so già che non dormirò subito, l’ansia che ho tenuto sotto controllo tutto il giorno è li che mi aspetta e non posso fare altro che assecondarla ormai. La sento salire dallo stomaco al petto e poi arriva, in apnea, al cervello. Il dormiveglia è la benzina dell’ansia, crea fantasmi di ricordi e di emozioni e tutto ritorna ad essere reale.
Sono in una brandina da campo, la tela blu, plastificata, è rigida e fredda, la coperta troppo pesante e corta. Condivido un nuovo spazio con estranei. Mi separa dalla realtà solo il telo della ministeriale montata durante il giorno. Una bottiglia d’acqua mezza piena appoggiata per terra segnala ogni minima scossa, come se ce ne fosse bisogno. Intorno a me migliaia di persone oggi sono state ribattezzate dai media, sono terremotati.
Ognuno proverà a chiudere gli occhi sul giorno più brutto della propria vita. Non sarà facile. L’angoscia di chi sa cosa l’aspetta è una ferita che si riapre.
Nella tenda accanto alla mia un uomo ha perso tutto, casa, lavoro, affetti, abitudini, percorsi, foto, ricordi, ciabatte. Per la prima volta dopo il disastro sta provando a dormire. Domani mattina aprirà gli occhi e dopo pochi secondi saprà che la sua vita non potrà mai più essere quella di prima. I primi giorni ringrazierà il Signore per gli aiuti che sono arrivati, ma non sa ancora che tra poco il suo grazie si mescolerà con un odio profondo e nauseante per quegli estranei che si sono impossessati di quel poco che è rimasto, con i loro maledetti lampeggianti blu, gialli e arancioni. Non sa ancora che i suoi figli disegneranno case con le ali, con le ruote, con le molle per fare in modo che non accada più. Non sa ancora che per molto tempo ogni vibrazione sconosciuta sotto i piedi gli chiuderà le viscere con un terrore che non riuscirà a controllare con la ragione. Nuovi suoni entreranno nelle sue orecchie, quei boati sordi nel sottosuolo che parlano di un vuoto profondo che anticipa una scossa, la pioggia che cade sulle lamiere del container e rimbomba come in una cassa acustica. Nuovi odori, sconosciuti, di un box in cemento armato diventato casa, di tavole di legno, di cucine da campo, di Sebach, maledetti Sebach, risveglieranno i suoi nuovi ricordi, per anni. Non sa ancora che potrà ritornare nella sua casa, accompagnato dai Vigili del Fuoco, per pochi minuti a cercare di prendere qualche pezzo della sua vita, che berrà l’acqua potabilizzata in sacchetti da un litro, che mangerà con posate di plastica e farà la fila per un pasto caldo.
Non sa ancora che vedrà crescere le erbacce sul’uscio di casa.
Domani mattina si sveglierà, nel primo giorno della sua nuova vita, e anche lui saprà che la terra sulla quale vive è solo un foglietto di carta bagnato che galleggia nel mare, in balia delle onde.
Ti sono vicino, caro amico, ti sono vicino nel modo più discreto, con qualche riga, anche se grondante di angoscia.
Ti auguro una buona notte e tutta la forza di questo mondo. Ti servirà.

Martedì 7 aprile 2009 – ore 00:35
Azioni sul documento