“Non sono uno snob ma odio la gente”
Il giornalista: “Questa Italia è ladra e corrotta. Il popolo sovrano? E’ pronto a tutti i delitti”
Il pessimismo allunga la vita. E mantiene dritta la schiena.
Quella di Giorgio Bocca è drittissima, e non solo per metafora. All’alba dei
novant’anni l’arzillo catastrofista cuneese ha pubblicato un saggio dal titolo
molto giorgiobocchesco - Annus Horribilis (Feltrinelli) - scritto in una lingua
limpida e densa come i torrenti delle sue valli.
Prima pagina del libro e subito un cittadin per
terra: Gianfranco Fini. La sinistra lo adotta e lei gli spara addosso?
«È il tipico carrierista che difende le forme della democrazia, ma
nella sostanza permette al sultano di continuare a governare».
Bene, siamo partiti leggeri.
«Chi vuol fare carriera non dovrebbe mai dire quello che pensa. Nel
1948, ero alla Gazzetta del Popolo, mi chiesero per chi avrei votato al
referendum. Ma per la
Repubblica, risposi io, ingenuo. Stupore assoluto. La Sip, padrona del giornale,
sapeva che la sinistra voleva nazionalizzare l'azienda e tifava per i
monarchici. Da allora il direttore Caputo mi fece mangiare merda. Ogni notte in
tipografia urlava: chi è il coglione che ha passato questa notizia? I colleghi
si aprivano come il Mar Rosso e in mezzo rimanevo io… Il mondo è pieno di
servi».
Lei se la prende molto con gli urlatori da talk
show.
«L’avvocato Ghedini… Ogni volta che lo vedo mi contorco sulla sedia
dalla rabbia. Potessi, lo strozzerei. Ti portano via la parola come delle iene.
La tv è una rovina per la democrazia. Non insegna ad ascoltare, ma a urlare».
E naturalmente il grande burattinaio dello
spettacolo resta Lui.
«Lui è un maestro in queste cose. Ricordo quando intervistai Craxi per
le sue tv. Arriva Bettino e mi saluta con tono minaccioso: “Professore, come
va?” Berlusconi sparì subito in regia. E guardando l’intervista capii poi il
perché. Io ero ripreso sempre di nuca (cominciavo a essere un po’ calvo) e
Craxi in primo piano, ridente e sfottente».
Lei ha sempre avuto un debole per il segretario
socialista...
«È stato il Machiavelli della corruzione mentale degli italiani. Il suo
celebre discorso alla Camera: siccome rubiamo tutti, non ruba nessuno».
I suoi seguaci dicono che ha pagato solo lui, non i
capi comunisti.
«I leader del Pci non avevano bisogno di rubare: ricevevano i soldi
dall’Urss. E poi per loro rubare era ancora un delitto. Adesso non c’è più
differenza, se non che a destra si ruba in grande e a sinistra in piccolo. Non
è tanto il denaro che li affascina, ma l'idea di farla franca. Durante il
fascismo uno che rubava era fuori dalla società. A rubare erano pochissimi,
Ciano, Farinacci. I piccoli gerarchi non rubavano».
La accuseranno di parlar bene dei fascisti, pur di
parlar male dei contemporanei.
«Si era onesti perché c’era poco da rubare. La piccola borghesia aveva
delle virtù. Poi i soldi hanno corrotto tutto. Conoscevo dei socialisti, a
Cuneo, che facevano campagna elettorale in bicicletta. Dopo è arrivato Craxi e
ho iniziato a vederli girare in automobile. Prima ai comizi bevevano vino
acido. Poi davano banchetti».
Gli ex comunisti sembrano essersi adeguati.
«La fedeltà è una delle virtù civili. Sono un partigiano e resto fedele
alla sinistra anche quando fa delle coglionerie. Perché ne fa… Il capolavoro è
stata la Puglia. Quel
D’Alema… Uno odioso a tutti, un piccolo gerarca. Questa sua fama di
intelligenza che consiste nel fare sempre le mosse sbagliate».
E il sindaco della rossa Bologna inguaiato
dall’amante?
«Mi sembrano piccoli peccati. Un tempo impensabili, perché c’era il
controllo della classe operaia sul candidato. Ma ora la classe operaia non
esiste più».
Immagino che il gossip le faccia venire l’orticaria.
«Signorini e Corona sono due personaggi che in una società normale la
gente si vergognerebbe di far entrare in casa. Berlusconi ha capito che i
peccati sessuali sono un’arma di potere. Fa politica con un giornale di gossip
e così riesce a uccidere gli avversari. Guardi quel Boffo come è stato
giustiziato».
Lì Signorini non c’entra. È stato «Il Giornale»,
oggi di Feltri e un tempo del suo amato nemico Montanelli.
«Montanelli era un attore, con tutti i difetti degli attori, ma una
brava persona incapace di colpi bassi. Certo, un contaballe… Durante la
resistenza, ha raccontato così tante balle sulla sua amicizia con i partigiani
che alla fine i fascisti sono stati costretti a metterlo in galera. Però era un
uomo dell’Italia onesta che non rubava».
E il suo successore?
«Di Feltri non penso niente, perché mi fa paura».
Giuliano Ferrara?
«Un altro pazzo, ma mi è simpatico. Il Foglio è l’unico giornale
culturale che esista in Italia».
I terzisti?
«Fanno i finti tonti. Chi non sta né di qua né di là finisce
inevitabilmente per andare di là. Perché non c’è mediazione possibile: i ladri
sono ladri».
Nel libro cita una battuta di Confalonieri su
Berlusconi. «È come Anteo, se lo butti a terra, moltiplichi le sue forze».
«Berlusconi è pericoloso perché è abile, furbo. Usa tutti i mezzi,
anche quelli illeciti come la diffamazione. È un fondatore di imperi, la forza
bruta del capitalismo che distruggerà il capitalismo. Dal punto di vista
clinico, un megalomane. Quando lavoravo per lui ricordo le telefonate alle otto
del mattino, la segretaria che prima di entrare nel suo ufficio mi obbligava a
mettere la cravatta che teneva nel cassetto».
I veri tiranni preferiscono essere temuti più che
amati.
«I megalomani vogliono essere amati anche dalle persone che
atterriscono… Aveva una tale smania di ottimizzare tutto che un ex giocatore di
basket lo seguiva con un cronometro manuale e prendeva il tempo delle sue
conversazioni. Per cui tu eri lì che parlavi con Berlusconi e quello ogni
trenta secondi ci interrompeva: Dottore, sono passati trenta secondi… Dottore,
è passato un minuto…».
Si rassegni. Quell’uomo vuol essere amato ed è
amato.
«Gli italiani invidiano chi ha un euro più di loro, ma oltre un certo
livello di ricchezza l’atteggiamento cambia. Lo straricco è ammirato. Pensi
all’Avvocato».
Lei non va matto per «la gente».
«Il popolo sovrano è pronto a tutti i delitti. La storia d’Italia
l’hanno fatta le minoranze. I Mille di Garibaldi e della Resistenza, minoranze
estreme che muovono un popolo egoista, grigio. È stata la Chiesa a diseducarlo con
confessioni e giubilei. Della religione cattolica mi piace la pietas, non il
perdono generalizzato».
Diranno che è uno snob.
«L’unico che tenta di esserlo è Sgarbi. Ma l’italiano è il contrario
dello snob. Noi siamo melodrammatici».
Come la tv?
«La tv è una Filodrammatica: tutti nella vita recitano come se fossero
in tv. La guardo molto. Spesso mi addormento davanti. Ormai è una ripetizione
di tutto. Persino il cattivo gusto è diventato difficile da rinnovare».
I comici?
«Questi di Zelig non fanno proprio ridere. Neanche Macario mi faceva
ridere. Totò sì, per le mosse da marionetta. E Sordi per il suo cinismo, certo
non per l’umorismo. L’umorismo è sconosciuto agli italiani. È una specialità
degli ebrei americani».
Cosa guarda, allora?
«Lo sport. Almeno il calcio è autentico».
Sicuro? Girano tanti di quei soldi anche lì.
«Ma almeno i calciatori corrono, si feriscono continuamente. Le partite
sono vere».
E la sua Juve?
«Ciro Ferrara! L’allenatore non è il suo mestiere. Questa Juve non ha
un gioco. A me piace quello del Genoa, Gasperini».
E Obama le piace? Il 2009 è stato abbastanza
horribilis anche per lui.
«Ha una cattiva stampa, ma ce la mette tutta. Forse ha suscitato troppe
speranze. È difficile imporre delle novità a un Impero: alla fine lì sono i
militari che decidono».
Lo scrittore Martin Amis sostiene che ci sono troppi
vecchi al mondo e propone un’eutanasia obbligatoria al compimento dei 70 anni.
Lei ormai è fuori pericolo.
«Quell’idea c’era già in un racconto di Buzzati. Magari ci arriveremo.
Mi sembra la grande vendetta di Hitler. Il dominio dei più forti sui più
deboli».
Lei scrive, legge, si emoziona, si indigna, mangia
con appetito. È davvero così terribile diventare vecchi?
«Quando ero giovane e forte avevo coraggio. Se ripenso a quei venti mesi
di guerra vissuti come una splendida vacanza… Andavo in giro col mio fucile
convinto di essere immortale. Adesso mi sento fragile e ho così paura di tutto
che non esco quasi più di casa. La morte è una fregatura, ma l’immortalità non
mi attira. La noia è micidiale a 90 anni, figuriamoci a 200».
Ai vecchi saggi si chiede di predire il futuro.
«Il genere umano sta andando verso l’autodistruzione. Siamo troppi e il
mondo è troppo piccolo per noi».
In che cosa crede un pessimista universale?
«Nella dignità dell’uomo. I ladri sono degli stupidi che si fregano da
soli».
Ci regali almeno una speranza. Anche piccola, la
prego.
«Se viene di là, le offrirò l’unica cosa veramente buona che esiste al
mondo. Un bicchiere di vino».
http://www.lastampa.it 30/1/2010

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