1984 Il lato oscuro di Orwell riflesso nel romanzo
L´autore sosteneva che ‘la voglia di fascismo' non è mai morta. Serpeggia ovunque
Sleale e specialista dell´inganno, l´autore era capace di bassezze. Un po´ del famigerato Grande Fratello albergava in lui come anche in ciascuno di noi
È evidentissima la somiglianza con Hitler e Stalin del protagonista, Winston Smith
Sessant´anni. Tanti ne ha ormai il libro più noto di George Orwell. Dall´8 giugno 1949, data della sua prima apparizione, 1984 non ha mai smesso di vendere e parlare alle coscienze. Di pochi giorni fa è l´uscita di 1Q84, nuovo romanzo di Murakami Haruki, anche lui sessanta primavere quest´anno. La pronuncia inglese della lettera Q suona come kyuu, «nove» in giapponese. È un palese tributo, l´ultima delle innumerevoli tracce che il Grande Fratello dissemina da più di mezzo secolo nel nostro immaginario.
Attribuire il segreto del suo planetario successo alla prefigurazione di un mondo di occhi elettronici che sbirciano costantemente nella vita delle persone sarebbe un errore. Negli anni Cinquanta il segreto veniva individuato nell´avvento della Guerra Fredda. Uno sbaglio anche quello. Diversamente, infatti, la caduta del Muro avrebbe dovuto invecchiarlo un po´. Invece è ancora qui, più attuale che mai, e tutto lascia credere che sopravvivrà anche all´era dei reality show.
Nemmeno il valore letterario pare essere una spiegazione sufficiente, tant´è che alcuni hanno persino messo in dubbio si tratti di un capolavoro. Umberto Eco, per esempio, sostenne a suo tempo che lo stile «non supera quello di un buon romanzo d´azione», aggiungendo che le Carré avrebbe saputo far di meglio, dal punto di vista della tecnica narrativa. Un´opinione simile fu espressa pure nell´immediatezza dell´uscita: il recensore dello Spectator sentenziò che 1984, seppure degno di nota, era un fallimento sia come satira che come thriller. Nemmeno la celebrata preveggenza orwelliana è stata al riparo da critiche. Un guru della fantascienza, Isaac Asimov, ha rimproverato allo scrittore di non essere stato capace di prevedere novità quali il computer e l´hard rock.
Qualunque sia il segreto di 1984, va dato atto a Fredric Warburg, editor e amico di Orwell, di averne intuito all´istante le potenzialità. Gli bastò una scorsa al manoscritto per capire di avere in mano qualcosa di grosso. L´entusiasmo fu tale che non seppe resistere alla tentazione di fantasticare sui possibili modi di convertire 1984 in una macchina da soldi. Considerò persino di lanciarlo come un romanzo dell´orrore affinché ne venisse tratto un film. Una simile idea suona oggi quasi blasfema, ma è meno bislacca di quel che sembra.
Sebbene venga spesso descritto come un uomo estremamente posato e razionale, Orwell aveva i suoi lati oscuri. Storie di fantasmi e magia nera lo avevano affascinato sin da giovane. Una volta confidò a un amico di avere adottato uno pseudonimo per evitare che i nemici usassero il suo nome anagrafico - Eric Arthur Blair - per qualche maleficio. Lo stesso 1984 ha un che di gotico e notturno, un cuore di tenebra solo in parte riconducibile alla previsione di un governo dispotico e malefico che distorce la verità, ricorre alla dilazione e obnubila il popolo.
È infatti possibile leggere il romanzo anche da una prospettiva diversa da quella meramente politica. È possibile leggerlo come la triste e paurosa parabola di Winston Smith, un uomo sulla soglia della mezza età che dopo anni di rinunce e silente sottomissione si illude di rinascere a nuova vita grazie all´amore per una ragazza, la lasciva Julia del Reparto Finzione. La storia finisce in tragedia, perché l´uomo rientrerà nei ranghi nel modo più orribile che si possa immaginare: rinnegando se stesso e il fatto di essere mai stato innamorato.
All´apparenza il cattivo della situazione è il famigerato Grande Fratello. La descrizione che Orwell fornisce in apertura sembra evocare personaggi tristemente noti: «un uomo di circa quarantacinque anni, con grossi baffi neri e lineamenti rudi ma non sgradevoli». La somiglianza con Hitler e, meglio ancora, con Stalin è fin troppo evidente. Ma siamo certi che fosse davvero questa l´intenzione? Anche Orwell vantava una discreta somiglianza con il Grande Fratello. Aveva baffi e lineamenti rudi. Ma soprattutto: compì quarantacinque anni proprio nel 1948 ovvero mentre portava a compimento il libro. Se a ciò aggiungiamo che il titolo ribalta l´anno corrente, il dubbio di avere davanti il riflesso di uno specchio è più che lecito.
Resta solo da capire perché mai lo scrittore avrebbe inteso identificarsi nell´eminenza oscura del suo romanzo. Il fatto è che Orwell era un uomo passionale, contraddittorio e capace di inaspettate bassezze. Un «adorabile egoista», come qualcuno lo ha definito. Se adottò uno pseudonimo non fu soltanto per proteggersi dalla magia nera, ma anche perché era uno specialista dell´inganno. Ripeteva che «la buona prosa è come il vetro di una finestra», ma nella vita non si comportava con altrettanta trasparenza. Evitava di far incontrare gli amici così da mostrarsi a ognuno con una faccia diversa. Teneva la famiglia all´oscuro di ciò che faceva. Si serviva del riserbo per celare i veri sentimenti. Era spesso sleale nelle relazioni sessuali. Senza contare la discussa lista di giornalisti e scrittori «cripto-comunisti» compilata per il Foreign Office.
Tutti noi ricordiamo le tremende torture cui viene sottoposto Winston Smith nelle pagine finali di 1984. Ciò nonostante nel modo in cui giunge a rinnegare il suo amore c´è qualcosa che trascende i carnefici. Si ha come l´impressione che questo Smith, questo piccolo uomo qualunque, non aspetti altro che una buona scusa per soffocare il lumicino di dignità e verità che per breve tempo gli ha rischiarato l´animo. È una sensazione che lascia atterriti, con un vuoto d´indicibile orrore. Orwell sosteneva che «la voglia di fascismo» non è mai morta del tutto, serpeggia dove meno te l´aspetti. Può contagiare chiunque, perché chiunque, se messo alle strette, può sacrificare gli affetti più cari e i principî più irrinunciabili. Forse, perciò, il vero segreto del romanzo, più che nel monito politico, risiede nella sua cupa riflessione sulla natura umana, su quel lato debole e nero da cui nessuno può dirsi immune, quel pizzico di Grande Fratello che alberga in chiunque, in Orwell come in ciascuno di noi.
http://www.repubblica.it - 8.6.09

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