1956
Storie di vita vissuta. Ungheria
I miei primi ricordi risalgono al periodo della rivoluzione del ’56. Forse qualche impressione registrata da me, bimba di poco più di tre anni, è stata successivamente ampliata, ricostruita dai racconti degli altri, dei grandi.
Di sicuro ricordo d’aver giocato spesso alla guerra in quei giorni. Non avevo dei soldatini, queste cose non si regalavano alle femminucce: i pezzi degli scacchi del nonno formavano il mio esercito. I bianchi erano gli ungheresi, i neri le truppe dell’ONU.
Ricordo molto bene questo particolare: combattevo contro le truppe dell’ ONU, che in ungherese hanno un suono vagamente sinistro, specie per una bambina che non sapeva niente dei ruoli in campo ma che sentiva i notiziari alla radio. Notiziari dove, ogni ora, lo speaker annunciava: “Resistete, le truppe dell’ONU sono alle frontiere”.
In quei giorni l’asilo era chiuso o, forse, i nonni non volevano che io ci andassi; la sera, dunque, potevo far tardi. Del resto, sarebbe stato difficile dormire, la vecchia radio gracchiante era eternamente accesa, sintonizzata sul canale della BBC o sulla Voce dell’America.
Le trasmissioni erano disturbate, bisognava alzare molto il volume per poter captare qualche frase completa.
Nonno era letteralmente incollato alla radio e, ad ogni riferimento ad un eventuale intervento dell’ONU, scuoteva la testa mormorando:
- Vigliacchi! L’America non è mai intervenuta per salvare nessuno! Perché promettono? Così manderanno al macello i nostri ragazzini che si lasceranno uccidere. Folli! Eroi suicidi!
Non è che capissi molto chi fossero i vigliacchi e chi gli eroi, ma, nel mio piccolo, qualsiasi esercito che minacciava di entrare nel mio paese era un nemico e io cercavo di impedire il macello: l’estremità del tappeto rappresentava, nella mia testa, la frontiera dove le eroiche figure bianche cercavano di fermare l’invasore nero.
Era tardi quel giorno, ero sotto il tavolo, immersa nel gioco, quando bussarono alla porta.
I due vecchi scambiarono uno sguardo preoccupato, un visitatore così, a tarda ora, li riempiva di angoscia.
Nonna mi prese in braccio e mi strinse forte.
-Spegni prima la radio, magari qualcuno avrà sentito che ascolti le stazioni vietate! - disse al nonno.
Quando videro la zia alla porta, tirarono un sospiro di sollevo.
Io ero felice, adoravo la zia, allegra, giovane e bella. Viveva a Budapest e solo raramente ci faceva visita, ma le sue permanenze erano sempre festa per me, troppo abituata a vivere con due vecchietti.
In genere indossava abiti bellissimi, allegre gonne a ruota, fresche camicette, cinture colorate stringevano la vita sottile; questa volta, però, portava lunghi pantaloni, scarponi che sembravano da uomo e, sulla spalla, uno zaino militare. Dietro di lei c’era un giovane uomo, anche lui con lo zaino, e, in più, portava con sè un grosso pacco di cartone legato con lo spago.
- Ho poco tempo, tra un paio di ore dobbiamo ripartire. Un camion ci porterà fino al confine e poi, da lì, dovremo proseguire a piedi. Volevo, però, salutarvi prima e volevo anche dare un bacio ad Agi e darle questo.
Fece un cenno all’uomo che mi porse il pacco, poi, però, ripensandoci, prese un coltello dalla tasca e recise lo spago.
Io non osavo toccare niente, guardavo la zia, che però, come se non avesse colto il mio sguardo, continuava a parlare con i nonni:
- Lui è Gabor, ci sposeremo quando saremo in Austria, è uscito tre giorni fa dalla galera. Veramente sono usciti tutti, i politici, ma anche i delinquenti. A Budapest sta succedendo un macello, non si capisce più niente. Noi ce ne andiamo.
- Non posso legarti al piede del tavolo, hai sempre fatto quello che volevi, però sai come lo penso: la tua patria è qui. Nel bene e nel male.
A quel punto intervenni:
- Ma sì, nonno, lega la zia al piede del tavolo, così possiamo giocare sempre insieme.
Tutti risero, tristemente.
Dopo un po’ la zia, finalmente, si ricordò di me:
- Dai Agi, apri il pacco, è per te! – e, rivolgendosi ai nonni, aggiunse – Abbiamo venduto tutto per pagare il passaggio, gli zaini e altre cose ancora e, con i soldi rimasti, abbiamo comprato un regalo per la bambina. Tanto, al di là della frontiera, i soldi ungheresi non ci serviranno più.
Dal pacco uscì la più bella camera delle bambole che io avessi mai potuto immaginare: mobili di legno, laccati di verde e decorati con piccoli fiorellini dipinti di rosso, un armadio, un comò in linea con tutto il resto, un letto con due cuscini e un piccolo piumone, lo specchio e, persino, due comodini. Rimasi lì, imbambolata, a lisciare le lenzuoline ricamate ed a ripetere tra me e me: zia, ti voglio bene, ti voglio tanto bene.
Poi corsi da lei e affondai il viso nei suoi pantaloni ruvidi.
Dopo un po’ di silenzio commosso, fu la nonna a riprendersi per prima:
- Avete fame? Ho ancora un po’ di zuppa rimasta dalla cena e c’è anche del prosciutto e, in due ore, posso farvi un pollo arrosto, può sempre tornarvi utile. Tu, - rivolgendosi al nonno - vai a prendere una gallina dal pollaio.
- No grazie, la zuppa va bene. Magari un po’ di prosciutto ce lo portiamo via, il camion può arrivare anche prima del previsto.
Ricordo che quella sera non volevo andare a letto. Rimasi in braccio alla zia.
Quando la mattina dopo mi svegliai, loro non c’erano più.
Nonna aveva gli occhi gonfi di lacrime e anche il nonno era più silenzioso del solito.
Non osai chiedere niente, come se temessi le loro risposte, ma i mobili per le bambole stavano lì, nel mio angolo di giochi.
Non avevo sognato tutto.
Attesi le loro spiegazioni.
- La zia è partita per un lungo viaggio.
- Ma tornerà?
- Oh, certo che tornerà. Prima, però, dobbiamo sapere se è arrivata sana salva in Austria.
Nonno mise tre sedie vicino alla radio.
- Dobbiamo ascoltare il notiziario con attenzione, la zia ci manderà un messaggio.
Del resto siamo stati due giorni ad ascoltare centinaia, forse migliaia di messaggi cifrati, con i quali i profughi cercavano di avvertire i familiari dall’altra parte della cortina di ferro.
Finalmente sentimmo la frase concordata, letta dalla voce di uno speaker:
- Agi, fa freddo, copri bene con il piumino la tua bambola.
Il messaggio fu ripetuto tre volte in orari diversi.
Diversi mesi dopo, quasi a primavera inoltrata, arrivò la prima cartolina della zia da Toronto.
Rividi mia zia solo nel 1968.
Quella, però, è un’altra storia.

Precedente: Una ferita alla democrazia

