Green new deal, per un nuovo mondo
Si è svolto recentemente a Milano, presso la Regione Lombardia, il Convegno dedicato ai Green Jobs, realizzato da Progetto Gjusti* con la partecipazione di Banca Etica, Fondazione Roberto Franceschi, Fondazione Culturale Responsabilità Etica, il contributo di Fondazione Cariplo e il patrocinio di Regione Lombardia e Commissione Italiana Unesco DESS (Decennio dell'Educazione allo Sviluppo Sostenibile 2005-2014) rivolto soprattutto ai giovani.
La prima parte è stata dedicata all’economia verde e allo sviluppo di buone pratiche e di progetti futuri e ha visto alternarsi case history dedicate all’industria, all’alimentazione, all’università e alle energie alternative con la presenza di numerosi i relatori: da Giorgio Simbolotti, Senior energy technology analyst di Enea a Mario Boffi, Dipartimento sociologia e ricerca sociale della Università Bicocca di Milano.
Successivamente il focus si è incentrato sull’attesissima partecipazione di Vandana Shiva, la scienziata ambientalista che si è battuta per cambiare pratiche e paradigmi nell'agricoltura e nell'alimentazione; che si è occupata di diritti sulla proprietà intellettuale, di biodiversità, biotecnologie, bioetica, ingegneria genetica e molto altro ancora. Nata in India nel 1952, nel 1978 Shiva si laurea in fisica alla University of Western Ontario in Canada, con una tesi di dottorato in "Variabili nascoste e località nella teoria quantistica". Successivamente si occupa di ricerca interdisciplinare (scienza, tecnologia e politica ambientale) all'Indian Institute of Science e all'Indian Institute of Management di Bangalore. Nel 1982 fonda il Research Foundation for Science, Technology and Natural Resource Policy, un istituto di ricerca sotto la sua direzione. Nel 1993 ha ricevuto il Right Livelihood Award. È tra i principali leader dell'International Forum on Globalization. Tra le battaglie che l'hanno resa famosa anche in Europa, vi è quella contro gli Ogm e la loro introduzione in India. Attualmente è vicepresidente di Slow Food e collabora con la rivista di Legambiente La Nuova Ecologia. Nel suo intervento, la scienziata indiana non ha usato mezzi termini e nemmeno per un attimo ha rinunciato alla sua “gentile veemenza”, sottolineando con accesa convinzione ogni passaggio del suo discorso.
Per Vandana Shiva è molto importante chiarire innanzitutto la natura dell’espressione Green New Deal. Si tratta del "verde" della fotosintesi clorofilliana o del "verde" delle banconote? E quale "deal", quale "patto", quale "accordo" dobbiamo e possiamo stringere con una Terra sempre più assalita e depredata in nome di una crescita che ormai sta divorando se stessa? Gaja, così Vandana Shiva definisce il Pianeta chiamandolo affettuosamente per nome (come negli anni ‟60 fece James Lovelock, che formulò appunto la Teoria di Gaja, dal nome dell’antica divinità della Terra n.d.r.), non è più in grado di reggere il nostro ritmo di sviluppo. È Gaja dunque che deve essere messa al centro di questo nuovo contratto e deve essere riconosciuta come madre e materia vivente, al contrario di quanto è stato fatto fino a ora.
«Nel passato e per molto tempo – sostiene Vandana Shiva - si è dedicato molto tempo ed energia a definire la Terra "inerte". Il filosofo inglese Francesco Bacone (1561-1626 n.d.r) sosteneva che l‟uomo "soggiogava la terra" e per molto tempo si è sostenuto che l‟Uomo aveva il compito di sopraffare e sottomettere la Natura. Questo è stato sempre l’impero dell’Uomo sulle creature definite "inferiori"». Ma il danno fatto alla terra ha gravi conseguenze, che vediamo già ora. Il cambiamento climatico è un precipizio. La scomparsa delle biodiversità è la bancarotta dell’eonomia naturale e noi stiamo distruggendo l’conomia insieme alla terra. Pensiamo per esempio all’acqua. Lo sfruttamento e la scomparsa dei fiumi la sottrae al ciclo idrico e crea penuria e scarsità. Violare i diritti della terra vuol dire violare quelli di interi popoli. «Anche in India - sottolinea la scienziata - la produzione alimentare porta alla distruzione del sistema agricolo tradizionale e cambia le abitudini legate al cibo. Così, anche se si è poveri, si inizia ad avere una malattia tipica dei paesi più ricchi: il diabete che insorge in mancanza di diete bilanciate correttamente. Un importante pilastro e baluardo è lo stile di vita sostenibile e la cultura della sostenibilità. Attualmente si guarda solo alla produttività e quindi a quanta energia viene utilizzata, a qual è il numero di persone occupate e così via. Per fare un esempio attuale, in questi giorni la CAT (la Caterpillar Inc. n.d.r.) sta comprando uno dei più importanti produttori di attrezzature minerarie e si prevedono grandi e fruttuosi investimenti. La filosofia è proprio quella di “investire in tutto quello che si può estrarre dal suolo”. Io penso che quello che è sottoterra vada lasciato là. E ci sono infatti Paesi che hanno deciso di muoversi in questo modo: recentemente l’Ecuador ha affermato che non toccherà il sottosuolo, lascerà alla terrale sue risorse e lascerà anche prosperare la Foresta Amazzonica. In India, dopo una lunga lotta, il governo ha deciso che la bauxite presente sulla Montagna Sacra ha un valore maggiore - culturale, turistico, sociale - se verrà lasciata là dove si trova. Eppure, l’atteggiamento predatorio in nome della
crescita non si ferma. E il prezzo sono inquinamento e avvelenamento. Guardiamo la recente fuoriuscita di fango rosso (in Ungheria n.d.r.). l’alluminio ha un aspetto brillante, ma le scorie e gli scarti di lavorazione sono tossici. l‟impronta ambientale (ecological footprint) è molto rilevante: 135000kw per una tonnellata di prodotto e quindi 13,1 tonnellate di Co2.
Chi paga i costi di questo avvelenamento? Noi privatizziamo i profitti e socializziamo i problemi. Dobbiamo trattare la produzione come bene sociale. Se invece continuiamo a privatizzare i profitti, avremo sempre più disoccupazione e alti costi sociali. Chi avrebbe pensato fino a poco tempo fa che in Europa ci sarebbe stato bisogno di interventi di salvataggio economico di interi Stati? Ricevo lettere di miei attivisti che vivono in questi Paesi e mi scrivono che si trovano "in un mondo che cade a pezzi" e che vorrebbero vivere a un livello di coscienza più alto e diverso. I combustibili fossili prima o poi finiranno e le risposte che si danno in proposito sono poco intelligenti: si sceglie di spremere i combustibili rimasti, trivellando il fondo degli oceani (come la BP n.d.r.), spremendo ogni pezzo di roccia. Il cibo stesso viene usato per fare combustibile o per vessare gli animali, che non vorrebbero certo ingoiare mangimi industriali, bensì pascolare erba. Le biomasse vengono trasformate in commodities (bene per cui c’è mercato ma viene offerto in modo sostanzialmente indifferenziato, come per esempio il latte n.d.r) e a loro volta diventano biofuel (biocarburante) senza nulla lasciare per i servizi ecologici, ma cercando di trasformare tutto in crescita economica. Chiudiamo i fiumi, vendiamo l’acqua… ma la crescita economica è la morte della Natura. c’è un imperialismo ecologico sul Pianeta. Abbiamo bisogno di un grande cambiamento e nuovi paradigmi. Un grande cambiamento è una diversa valutazione del concetto di ricchezza. Basta con gli i indici di puro Pil ed esportazione, secondo i quali, per esempio, le donne non contribuiscono agli indicatori economici. Consideriamo invece quello che genera ricchezza e salute per le persone e per il mondo. I Paesi
cosiddetti periferici, sono i più avanzati (come dimostra anche il Rapporto 2°10 dell‟Onu sullo sviluppo umano n.d.r.). Più rispetto per la Natura, non per le Banche. La Bolivia, per esempio, ha affermato che i diritti della Terra sono i fondamenti dei Diritti Umani. Una grande economia che si incentra sulla Natura e sui Diritti Umani, con veri e propri “Diritti di Madre Natura” (Rights of Earth) è quanto sostiene anche l’Ecuador per fare causa, su questa base, contro la violazione dei diritti di Madre Natura. Ci sono altri Paesi del Sud America che suggeriscono un indice del benessere valutato sulla base delle antiche regole dei maja. E anche in Asia, nel Buthan per esempio, si applicano indicatori di benessere che non sono il Pil, tanto che, quando i Paesi europei hanno chiesto ai rappresentanti del Buthan: „Come possiamo aiutarvi?" essi hanno risposto: "Grazie, vi aiutiamo noi!...". Noi vogliamo massimizzare la felicità. Vogliamo che i bambini crescano, mentre adesso i bambini muoiono a causa di questa "crescita" che ha obbligato le comunità a trasferirsi negli slums. La "crescita" fa sfollare la gente, la felicità sociale la fa restare dove è nata e dove vive. Vivacità è ricchezza: questo è il fondamento del green deal, quindi chiediamo il permesso alla Terra e rivolgiamole una preghiera e un ringraziamento: "Spero di non ferire mai i tuoi punti vitali e spero di non violarti in modo definitivo, così da avere un futuro garantito per tutti"». Al termine del suo intervento, Vandana Shiva ha partecipato a una affollatissima conferenza stampa. Ecco alcune domande che le sono state rivolte.
D.Quale valutazione dà sulle possibilità di cambiamento dei paradigmi attuali e per una cultura della sostenibilità? R. Purtroppo uno dei tipi peggiori di inerzia è proprio l’abito mentale. La mente bloccata su un certo paradigma rimane bloccata. Il cambiamento sta avvenendo alla periferia e la periferia sarà il centro del cambiamento futuro. La periferia include tutte le "specie umane" sulla Terra che spesso non vengono prese in considerazione: donne, giovani, nonne, popolazioni indigene.
D.Qual è la condizione della donna in India e quali sono le previsioni per il futuro?
R. Non c’è una sola India. Ce ne sono molte. c’è una piccola India che si è allontanata dalla grande India. La responsabile della Pepsi Cola in questo momento è indiana. E anche questa è India. E poi c’è quella parte rappresentata dall‟India che praticamente non ha mai avuto il diritto di venire alla luce perché purtroppo questa crescita, che tutto trasforma in soldi, non consente a un gran numero di donne di nascere. Si calcola che siano oltre 30 milioni i feti femminili mai nati. Questo mantiene in essere l’idea che le donne siano di fatto eliminabili, perché in questo attuale paradigma non viene dato loro alcuno spazio. Le donne, storicamente, sono state quelle che hanno provveduto al cibo e all’ acqua . Questa economia, che priva le persone di queste cose, priva le donne del proprio ruolo. Eppure, proprio le donne guidano tutti quei movimenti che vanno contro questa economia, della quale sopportano tutti gli oneri.
D. La letteratura può essere veicolo di emancipazione del ruolo femminile? Quali sono le sue letture preferite? R. La letteratura è uno dei canali, ma va detto che io faccio parte di tanti movimenti in tutto il mondo in cui donne che non sanno né leggere né scrivere sono state in grado di fare questo cambiamento. Tutto contribuisce all’emancipazione. Ho letto e citato Canzone alla terra. Amo le opere classiche della nostra tradizione, come per esempio i Veda o gli scritti di Gandhi, testi antichi ma così illuminati che continuano a darci ispirazione e anche oggi ci spiegano come abbiamo potuto sopravvivere negli ultimi diecimila anni.
D. E a proposito dell’acqua? R. Le battaglie non cambiano. Cambia il contesto. Adesso abbiamo due contesti conflittuali: l’Onu ha approvato una risoluzione in base alla quale l’acqua è un diritto umano mentre, dall’altra parte, abbiamo la privatizzazione dell’acqua che avanza a passo accelerato. Quindi il confitto continua e ovviamente io sono sul fronte di coloro che dicono che l’acqua è un bene comune pubblico e un diritto di vita. Non solo, la prima cosa che farò al rientro, dopo questo incontro, sarà partecipare a un pellegrinaggio per proteggere il fiume Gange. E’ una cosa che mi tocca molto da vicino – l’acqua del Gange – e che in questo momento assorbe molte delle mie energie.
Anche Megliopossibile ha potuto porre a Vandana Shiva due domande dirette:
MP. Come l’India - economia in grande sviluppo – può essere portatrice della sua filosofia di vita, piuttosto che uniformarsi al materialismo globale?
R. l’India non aveva bisogno del tasso di crescita del 9 %, perché Gandhi e Buddha, vale a dire le sue filosofie (per lo meno, questo è quello che io penso), sono le vere risorse dell’India e sono le maggiori voci di esportazioni che noi possiamo fare. Ieri come oggi.
MP. Cosa possiamo fare per tutelare veramente la biodiversità e difenderla quindi anche nella pratica della vita quotidiana? Si può?
R. Si, è assolutamente possibile. c’’è una modalità nel nostro movimento, che ha avuto origine in India, incentrato sulla protezione della biodiversità nella vita pratica. Lo si fa producendo cibo proprio grazie alla biodiversità e consumandolo. Le persone che lo producono si nutrono di questo cibo e così facendo proteggono la biodiversità. Sembra un paradosso, perché se mangi qualcosa di fatto lo distruggi ma, come dicono gli inglesi: Have your cake and eat it (si può avere la torta e mangiarsela). Un po’ l’equivalente del nostro avere la botte piena e la moglie ubriaca. A volte, si può. Per approfondire i temi emersi nella giornata, il movimento cui si riferisce Vandana Shiva, che è diventato una fondazione, si chiama Navdanya. Significa nove semi, ed è il nome dato al programma alimentare di conservazione e di salvaguardia della biodiversità agricola e dei semi nativi. Ogni volta che in India si parlava delle risorse genetiche nella biodiversità, la traduzione nella lingua parlata localmente tendeva a ridimensionarne i concetti. Si voleva spiegare che nella pianta c’’erano i geni, ma per la gente ciò non aveva senso, perché questi concetti non rientravano nella loro visione del mondo. Poi un giorno, raccogliendo semi in una remota area tribale, si vide un campo in cui crescevano nove coltivazioni diverse e, iniziando a contarle, venne chiesto al contadino che senso avesse questo tipo di coltivazione. La risposta fu che quel metodo di coltivazione si chiamava Navdanya, nove semi che riflettono anche l’equilibrio cosmico. Per tale motivo, bisognerebbe sempre coltivare nove specie diverse, che sono un insieme di semi oleosi, leguminose (proteine), cereali (fonte di energia). Il numero nove, inoltre, esprime il livello più alto di diversità e sempre il nove è un numero sacro nella cosmologia indiana. Un criterio semplice e quasi innato per un contadino indiano, ma di non facile comprensione per un coltivatore di una regione tecnologicamente avanzata. Eppure è dalla reciproca comprensione di diversi linguaggi che è destinato a passare lo sviluppo possibile. Sperando che il pertugio non si stia facendo troppo stretto per tutti.
Luisa NicolettiIn collaborazione con il Prof. Stefano Pogutz direttore Master MEMAE e il CReSV – Università Bocconi di Milano
www.ilmegliopossibile.it 02/12/2010]


